La scienza in generale, la fisica e l'astrofisica in particolare hanno fatto notevoli passi in avanti negli ultimi decenni, tanto da mettere in discussione molti dei dogmi ai quali molta parte della comunità è sempre stata affezionata, vuoi per motivi conservatoristici, vuoi per mancanza di immaginazione.
Non c'è di che stupirsene: è sempre stato così e così sempre sarà, e parafrasando un noto fisico del passato si può dire che certe nuove teorie seppur corrette, vengono accettate universalmente solo quando la generazione degli oppositori non passa a miglior vita.
E' facile sentirsi rispondere: "la scienza è scienza, non cambia con il passare degli anni, se una teoria era provata e corretta allora, lo è anche oggi". Ecco, niente di più sbagliato. Anche perchè una formula matematica o fisica di per sè è certamente sempre corretta, ma la teoria che da essa può derivare niente affatto. Questo è dovuto al fatto che non è possibile poter vantare la considerazione di tutte le variabili, ma anche solo la totalità dei fattori in gioco, ed inoltre il risultato è talvolta soggetto ad interpretazione. Soprattutto si consideri che esse sono appunto teoria, il cui termine stesso prevede il fatto che non sarà mai cosa certa e mai completamente provata. Ciò non vuol dire che tutte le torie scientifiche sono discutibili, anzi, la maggior parte di esse si basa sull'esperienza, su conferme indirette e su molteplici operazioni di controllo, tanto da apparire considerevolmente affidabili, ma la verità è che la validità di una teoria scientifica è reale fino a quando non si scoprono elementi in disaccordo, o non si trovano interpretazioni migliori, cosa che in genere porta ad un'altra teoria migliore, in sostituzione della vecchia. Ciò accade continuamente soprattutto per quelle sceinze ancora in divenire, come lo studio dei meccanismi dell'universo o la fisica delle particelle, anche per il fatto che gli ambienti d'osservazione dei relativi fenomeni è particolarmente difficile, e di fatto ne ignoriamo del tutto alcuni elementi. Nel secolo scorso si sono susseguite scoperte destabilizzanti per la scienza, come la Relatività e la fisica quantstica, e solo oggi iniziamo ad assaporare i frutti più succosi di tali rivoluzioni epocali. Niente di più facile che in questo approfondire alcune delle teorie più fragili vadano sostituite, o aggirate. Questo in relazione all'esobiologia e all'ufologia è ancora più evidente. Tutti i pregiudizi novecenteschi carichi di arrogante scetticismo nullificatore sono caduti uno ad uno, tanto che oggi uno degli astrofisici più noti e considerati come è Michio Kaku, si permette di parlare di queste cose in termini deltutto possibilisti, dimostrando il cambiamento radicale dell'atteggiamento della vera scienza nei confronti della ricerca della vita aliena, e dell'identificazione di certi fenomeni una volta reputati leggendari, come gli ufo. Eh sì! La velocità della luce non è più un problema e l'acqua è dappertutto nel nostro spicchio di universo: rassegnatevi voi nichilisti fustigatori dell'immaginazione; la scienza non è dalla vostra parte.
Fonte: http://insolitanotizia.blogspot.com/
Visualizzazione post con etichetta esobiologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esobiologia. Mostra tutti i post
martedì 25 gennaio 2011
Michio Kaku: novità scientifiche su Ufo e alieni
Etichette:
Alieni,
astrofisica,
esobiologia,
extraterrestri,
michio kaku,
scetticismo,
Scienza,
teoria,
Ufo,
ufologia
venerdì 29 ottobre 2010
“Sette” intervista Paul Davies “L’invasione aliena è cominciata”
“Non sanno che noi siamo qui”, ecco perché gli alieni non ci stanno cercando. Se un giorno busseranno alle porte del pianeta Terra, Paul Davies però è pronto ad accoglierli.

In gran segreto. Cosmologo e astrobiologo inglese, nonché professore all’Arizona State University, è l’uomo scelto per guidare il team di scienziati, avvocati e filosofi che gestirà il primo contatto. Si chiama Post-Detection Science and Technology Taskgroup ed è finanziato, come gran parte delle attività di Seti (Search for extraterrestrial intelligence), da uno che agli alieni ci crede da sempre: il cofondatore (miliardario) di Microsoft Paul Allen, che ha fornito pure i 25 milioni di dollari per l’Allen Telescope Array in California. Da tre anni i paraboloidi del mega radiotelescopio puntano verso gli “altri mondi” del cosmo per captare un segnale elettromagnetico. L’universo, per ora, tace. Davies spiega con pazienza (e un po’ di insofferenza) il mistero di questo silenzio lungo millenni: «La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, nel 1010, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi». Un’eternità. Che per Davies possiamo colmare iniziando a scandagliare, oltre all’universo, il nostro stesso pianeta e ciò che lo circonda più da vicino. Sì, perché il cosmologo sembra davvero convinto che l’“invasione”, seppur pacifica, sia già iniziata. Bisogna cercare segnali di un’esistenza aliena, presente o passata: «Discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, “messaggi in bottiglia” sotto forma di informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri e via dicendo. Magari, poi, dimostrare che la vita non è un incidente casuale e raro, che anche sulla Terra può essere avvenuta più di una genesi. E’ la tesi ultima, e forse più affascinante, di Davies. L’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. L’autore di The Eerie Silence (Il silenzio inquietante) ne parlerà al Festival di Genova il 31 ottobre.
In gran segreto. Cosmologo e astrobiologo inglese, nonché professore all’Arizona State University, è l’uomo scelto per guidare il team di scienziati, avvocati e filosofi che gestirà il primo contatto. Si chiama Post-Detection Science and Technology Taskgroup ed è finanziato, come gran parte delle attività di Seti (Search for extraterrestrial intelligence), da uno che agli alieni ci crede da sempre: il cofondatore (miliardario) di Microsoft Paul Allen, che ha fornito pure i 25 milioni di dollari per l’Allen Telescope Array in California. Da tre anni i paraboloidi del mega radiotelescopio puntano verso gli “altri mondi” del cosmo per captare un segnale elettromagnetico. L’universo, per ora, tace. Davies spiega con pazienza (e un po’ di insofferenza) il mistero di questo silenzio lungo millenni: «La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, nel 1010, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi». Un’eternità. Che per Davies possiamo colmare iniziando a scandagliare, oltre all’universo, il nostro stesso pianeta e ciò che lo circonda più da vicino. Sì, perché il cosmologo sembra davvero convinto che l’“invasione”, seppur pacifica, sia già iniziata. Bisogna cercare segnali di un’esistenza aliena, presente o passata: «Discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, “messaggi in bottiglia” sotto forma di informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri e via dicendo. Magari, poi, dimostrare che la vita non è un incidente casuale e raro, che anche sulla Terra può essere avvenuta più di una genesi. E’ la tesi ultima, e forse più affascinante, di Davies. L’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. L’autore di The Eerie Silence (Il silenzio inquietante) ne parlerà al Festival di Genova il 31 ottobre.
Etichette:
Alieni,
civiltà extraterrestri,
esobiologia,
Esopolitica,
Paul Davies
domenica 1 agosto 2010
Scienziato: “nella nostra Galassia 140 pianeti come la Terra”. Tace la NASA
La Nasa tace e non conferma, ma lo scienziato Dimitar Sasselov lo dichiara a una conferenza mondiale: secondo i suoi studi e quelli del team che lavora dietro al telescopio Keplero, ci sarebbero 140 pianeti che orbitano nella galassia di dimensioni e probabilmente fattezze simili alla Terra. Scoperte di questo genere aiuteranno, in futuro, a capire origini ed esistenza della vita sugli altri pianeti oltre al nostro. Rispondendo a una domanda vecchia quanto il mondo.

I PIANETI – L’annuncio è stato dato questo mese a Londra, nel corso di un evento organizzato da TED (Technology, Entertainment, Design), dal professore di Harvard, astronomo e fisico, Dimitar Sasselov: secondo lo studioso e i suoi colleghi, ci sarebbero centinaia di pianeti che orbitano nella galassia a somigliare al nostro. Nessuno tra questi è stato ancora verificato con certezza ma tra gli oltre 700 localizzati, almeno 140 avrebbero le caratteristiche per dimensioni e presenza di elementi geofisici tanto da poter parlare di “similitudine con la Terra” e senz’altro di “stesse dimensioni della Terra”, come precisa Sassalov nel video del suo intervento, indicando su un planetario ricostruito i 140 punti e ammettendo che qualsiasi astronomo con gli strumenti in suo possesso potrebbe già riconoscerne almeno sessanta. Impossibile, almeno per il momento, capire se su questi pianeti scorra acqua, ci siano rocce o addirittura esseri viventi. Per fugare ogni dubbio, lo stesso professore spiega che verranno promossi a pianeti simili alla Terra quelli che presentano queste caratteristiche: «un corpo piccolo, dotato di rocce, in grado di orbitare intorno a un sole».
KEPLERO – Le dichiarazioni di Sassalov partono dal lavoro del telescopio Keplero, strumento della missione omonima orchestrata dalla Nasa, che è alla ricerca di pianeti che orbitino intorno a un sole dove vi sia vita – almeno allo stadio primordiale – vicina alla nostra. Giusto un anno fa, il telescopio ha restituito la prima immagine raccolta nella galassia, e al 15 giugno 2010 il telescopio aveva già registrato la presenza di 706 candidati. Proprio lo stadio ancora poco avanzato degli studi avrebbe portato la Nasa a tacere (e ricevere critiche da più parti, Nature incluso), almeno per ora, sulla divulgazione di questi dati così suggestivi. Le fonti ufficiali dichiarano che i risultati completi di questo studio saranno divulgati non prima di febbraio 2011.
Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_luglio_30/pianeti-terra-galassia-eva-perasso_4d800898-9bbf-11df-8a43-00144f02aabe.shtml

I PIANETI – L’annuncio è stato dato questo mese a Londra, nel corso di un evento organizzato da TED (Technology, Entertainment, Design), dal professore di Harvard, astronomo e fisico, Dimitar Sasselov: secondo lo studioso e i suoi colleghi, ci sarebbero centinaia di pianeti che orbitano nella galassia a somigliare al nostro. Nessuno tra questi è stato ancora verificato con certezza ma tra gli oltre 700 localizzati, almeno 140 avrebbero le caratteristiche per dimensioni e presenza di elementi geofisici tanto da poter parlare di “similitudine con la Terra” e senz’altro di “stesse dimensioni della Terra”, come precisa Sassalov nel video del suo intervento, indicando su un planetario ricostruito i 140 punti e ammettendo che qualsiasi astronomo con gli strumenti in suo possesso potrebbe già riconoscerne almeno sessanta. Impossibile, almeno per il momento, capire se su questi pianeti scorra acqua, ci siano rocce o addirittura esseri viventi. Per fugare ogni dubbio, lo stesso professore spiega che verranno promossi a pianeti simili alla Terra quelli che presentano queste caratteristiche: «un corpo piccolo, dotato di rocce, in grado di orbitare intorno a un sole».
KEPLERO – Le dichiarazioni di Sassalov partono dal lavoro del telescopio Keplero, strumento della missione omonima orchestrata dalla Nasa, che è alla ricerca di pianeti che orbitino intorno a un sole dove vi sia vita – almeno allo stadio primordiale – vicina alla nostra. Giusto un anno fa, il telescopio ha restituito la prima immagine raccolta nella galassia, e al 15 giugno 2010 il telescopio aveva già registrato la presenza di 706 candidati. Proprio lo stadio ancora poco avanzato degli studi avrebbe portato la Nasa a tacere (e ricevere critiche da più parti, Nature incluso), almeno per ora, sulla divulgazione di questi dati così suggestivi. Le fonti ufficiali dichiarano che i risultati completi di questo studio saranno divulgati non prima di febbraio 2011.
Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_luglio_30/pianeti-terra-galassia-eva-perasso_4d800898-9bbf-11df-8a43-00144f02aabe.shtml
Etichette:
astronomia,
esobiologia,
Scienza,
via lattea
giovedì 1 luglio 2010
Segnali extraterrestri trascurati dagli astronomi?
SETI a Lafayette, USA, gli astronomi hanno captato segnali di breve durata e per la loro unicità in natura sono stati trascurati per qualche tempo, ma ora, dopo ulteriori studi che hanno permesso di iniziare a guardare questi segnali unici, si ritiene che essi possano essere di origine e natura extraterrestre.

Dominic Benford e James Benford (Microwave Sciences) affermano che il segnale potrebbe benissimo provenire da una civiltà altamente avanzata inviata nello spazio, pilotato da un segnale di enorme potenza nella gamma dei 190.000 terawatt. La ricerca, alla base di questa scoperta, ha esaminato la possibilità che potrebbe trattarsi anche di una stella pulsar. Ma i loro risultati e conclusioni suggeriscono che il segnale possa essere di origine non naturale, ma possibilmente di natura intelligente. Questa incredibile scoperta, se provata, potrebbe essere quella che tutti stavano aspettando in campo di ricerca di vita extraterrestre. La risposta alla domanda: “siamo soli nell’Universo?” E si potrebbe rispondere che il telefono di E.T. ha squillato per qualche periodo di tempo, ma abbiamo appena perso la chiamata. Fino ad oggi. Come fanno gli osservatori a differenziare un Radiofaro SETI da una pulsar e da altre esotiche sorgenti, alla luce di probabili Radiofari osservabili? Larghezza di banda, larghezza di impulso e la frequenza possono essere caratteristiche distintive. Tali transienti di questo tipo potrebbero essere la prova di civiltà leggermente superiori a noi nella scala Kardashev.
Documento scientifico in Pdf http://lanl.arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1003/1003.5938.pdf
Fonte del documento: http://lanl.arxiv.org/abs/1003.5938
Link che ha riportato la notizia tradotta (dall’inglese) http://beforeitsnews.com/news/85/730/Alien_Signals_Were_Overlooked_By_Astronomers..html
La scala di Kardashev è un metodo di classificazione delle civiltà in funzione del loro livello tecnologico, proposta nel 1964 dall’astronomo russo Nikolai Kardashev.

Si compone di tre tipi, basati sulla quantità di energia di cui le civiltà dispongono, secondo una progressione esponenziale. L’esistenza delle civilizzazioni descritte è del tutto ipotetica, ma questa scala è stata utilizzata come base di partenza nella ricerca del progetto SETI, e viene utilizzata inoltre nella fantascienza.
Tipo I: civiltà in grado di utilizzare tutta l’energia disponibile sul suo pianeta d’origine (secondo i calcoli che Kardashev aveva proposto inizialmente 4×1012 watt).
Tipo II: civiltà in grado di raccogliere tutta l’energia della stella del proprio sistema solare (4×1026 watt).
Tipo III: civiltà in grado di utilizzare tutta l’energia della propria galassia (4×1037 watt).
La civiltà umana sarebbe pertanto una civiltà ancora di “Tipo 0″, in quanto utilizzerebbe solo una frazione dell’energia totale disponibile sulla Terra.
Carl Sagan ha definito un metodo per calcolare, a partire dai tipi iniziali, anche i decimali, per mezzo della seguente formula:K=log10W-6/10 nella quale K rappresenta il livello di civiltà della scala e W i watt utilizzati. Secondo questo metodo la civiltà umana sarebbe ad un livello di 0,7.
Secondo Kardashev la Terra nel 1964 avrebbe potuto percepire la presenza di una civiltà di tipo III sotto forma di emanazioni di onde radio o di fasci laser. Nel 1965 ritenne di aver intercettato uno di questi segnali nella radiogalassia CTA 102 e la notizia venne pubblicata con grande risalto dall’agenzia Tass, ma in seguito apprese che pochi giorni prima un astronomo olandese, Maarten Schmidt aveva identificato il segnale come l’emissione di un quasar. In seguito Iosif Shklovsky, principale collaboratore di Kardashev, giunse alla conclusione che una civiltà di tipo III non potrebbe che autoestinguersi, secondo il concetto della singolarità tecnologica. Jack Cohen e Ian Stewart hanno sostenuto che se non possiamo comprendere civiltà più avanzate, non possiamo neppure ipotizzare in che modo esse si evolvano. Inoltre il progresso tecnologico umano è dipeso da una successione di scoperte, talvolta fortuite, come la scoperta della penicillina, e dalla presenza di determinate condizioni, come la presenza dei combustibili fossili, che potrebbero non essere universalmente diffuse. Le alte energie appaiono necessarie per riuscire ad accorciare le enormi distanze spaziotemporali tra le stelle (cunicoli spaziotemporali) e quindi a un rapido passaggio all’acquisizione della disponibilità di energie di livelli superiori.
Seguendo la progressione esponenziale sono stati estrapolati ulteriori tipi di civiltà ancora più avanzate:
Tipo IV: in grado di controllare tutta l’energia di un superammasso di galassie (circa 1046 watt)
Tipo V: in grado di disporre dell’energia dell’intero universo visibile (circa 1056 watt). Una civiltà di questo livello è probabilmente ipotizzabile nell’ambito della teoria del punto Omega di Frank Tipler
Civiltà ancora più avanzate sono state immaginate nella fantascienza:
Tipo VI: livello energetico di più universi (1066 watt), con la possibilità di alterare le leggi della fisica su ciascuno degli universi multipli.
Tipo VII: divinità con capacità di creare universi a volontà e di utilizzarli tutti come fonti energetiche (un esempio è dato nel racconto di fantascienza L’ultima domanda di Isaac Asimov).
Estrapolando in base al tasso di crescita attuale del consumo energetico planetario, secondo Michio Kaku, fisico teorico statunitense, l’umanità potrebbe raggiungere una civiltà di tipo I intorno al 2200, di tipo II intorno al 5200 e di tipo III intorno al 7800.
La teoria di Kardashev può essere collegata ad altre teorie sociali, come quella proposta da Leslie White nel suo libro The Evolution of Culture. The Development of Civilization to the Fall of Rome, del 1959, che si propone di spiegare tutta la storia dell’umanità sulla base dello sviluppo della tecnologia. White riteneva infatti che i progressi tecnologici determinerebbero l’organizzazione sociale, seguendo le idee dell’etnologo e antropologo statunitense dell’Ottocento Lewis Henry Morgan, e proponeva come misura del livello di avanzamento di una società quella del suo consumo energetico, proponendo cinque stadi: quello dell’energia muscolare personale, dell’utilizzo di animali domestici, con il passaggio all’agricoltura della biomassa,delle energie fossili e infine dell’energia nucleare. La teoria di White si traduce nella formula P=ExT (dove P sta per progresso, E per energia consumata e T un coefficiente determinato in base all’efficacia delle tecniche che utilizzano questa energia.
Articolo completo sulla Scala diKardashev: http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_di_Kardashev
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/

Dominic Benford e James Benford (Microwave Sciences) affermano che il segnale potrebbe benissimo provenire da una civiltà altamente avanzata inviata nello spazio, pilotato da un segnale di enorme potenza nella gamma dei 190.000 terawatt. La ricerca, alla base di questa scoperta, ha esaminato la possibilità che potrebbe trattarsi anche di una stella pulsar. Ma i loro risultati e conclusioni suggeriscono che il segnale possa essere di origine non naturale, ma possibilmente di natura intelligente. Questa incredibile scoperta, se provata, potrebbe essere quella che tutti stavano aspettando in campo di ricerca di vita extraterrestre. La risposta alla domanda: “siamo soli nell’Universo?” E si potrebbe rispondere che il telefono di E.T. ha squillato per qualche periodo di tempo, ma abbiamo appena perso la chiamata. Fino ad oggi. Come fanno gli osservatori a differenziare un Radiofaro SETI da una pulsar e da altre esotiche sorgenti, alla luce di probabili Radiofari osservabili? Larghezza di banda, larghezza di impulso e la frequenza possono essere caratteristiche distintive. Tali transienti di questo tipo potrebbero essere la prova di civiltà leggermente superiori a noi nella scala Kardashev.
Documento scientifico in Pdf http://lanl.arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1003/1003.5938.pdf
Fonte del documento: http://lanl.arxiv.org/abs/1003.5938
Link che ha riportato la notizia tradotta (dall’inglese) http://beforeitsnews.com/news/85/730/Alien_Signals_Were_Overlooked_By_Astronomers..html
La scala di Kardashev è un metodo di classificazione delle civiltà in funzione del loro livello tecnologico, proposta nel 1964 dall’astronomo russo Nikolai Kardashev.

Si compone di tre tipi, basati sulla quantità di energia di cui le civiltà dispongono, secondo una progressione esponenziale. L’esistenza delle civilizzazioni descritte è del tutto ipotetica, ma questa scala è stata utilizzata come base di partenza nella ricerca del progetto SETI, e viene utilizzata inoltre nella fantascienza.
Tipo I: civiltà in grado di utilizzare tutta l’energia disponibile sul suo pianeta d’origine (secondo i calcoli che Kardashev aveva proposto inizialmente 4×1012 watt).
Tipo II: civiltà in grado di raccogliere tutta l’energia della stella del proprio sistema solare (4×1026 watt).
Tipo III: civiltà in grado di utilizzare tutta l’energia della propria galassia (4×1037 watt).
La civiltà umana sarebbe pertanto una civiltà ancora di “Tipo 0″, in quanto utilizzerebbe solo una frazione dell’energia totale disponibile sulla Terra.
Carl Sagan ha definito un metodo per calcolare, a partire dai tipi iniziali, anche i decimali, per mezzo della seguente formula:K=log10W-6/10 nella quale K rappresenta il livello di civiltà della scala e W i watt utilizzati. Secondo questo metodo la civiltà umana sarebbe ad un livello di 0,7.
Secondo Kardashev la Terra nel 1964 avrebbe potuto percepire la presenza di una civiltà di tipo III sotto forma di emanazioni di onde radio o di fasci laser. Nel 1965 ritenne di aver intercettato uno di questi segnali nella radiogalassia CTA 102 e la notizia venne pubblicata con grande risalto dall’agenzia Tass, ma in seguito apprese che pochi giorni prima un astronomo olandese, Maarten Schmidt aveva identificato il segnale come l’emissione di un quasar. In seguito Iosif Shklovsky, principale collaboratore di Kardashev, giunse alla conclusione che una civiltà di tipo III non potrebbe che autoestinguersi, secondo il concetto della singolarità tecnologica. Jack Cohen e Ian Stewart hanno sostenuto che se non possiamo comprendere civiltà più avanzate, non possiamo neppure ipotizzare in che modo esse si evolvano. Inoltre il progresso tecnologico umano è dipeso da una successione di scoperte, talvolta fortuite, come la scoperta della penicillina, e dalla presenza di determinate condizioni, come la presenza dei combustibili fossili, che potrebbero non essere universalmente diffuse. Le alte energie appaiono necessarie per riuscire ad accorciare le enormi distanze spaziotemporali tra le stelle (cunicoli spaziotemporali) e quindi a un rapido passaggio all’acquisizione della disponibilità di energie di livelli superiori.
Seguendo la progressione esponenziale sono stati estrapolati ulteriori tipi di civiltà ancora più avanzate:
Tipo IV: in grado di controllare tutta l’energia di un superammasso di galassie (circa 1046 watt)
Tipo V: in grado di disporre dell’energia dell’intero universo visibile (circa 1056 watt). Una civiltà di questo livello è probabilmente ipotizzabile nell’ambito della teoria del punto Omega di Frank Tipler
Civiltà ancora più avanzate sono state immaginate nella fantascienza:
Tipo VI: livello energetico di più universi (1066 watt), con la possibilità di alterare le leggi della fisica su ciascuno degli universi multipli.
Tipo VII: divinità con capacità di creare universi a volontà e di utilizzarli tutti come fonti energetiche (un esempio è dato nel racconto di fantascienza L’ultima domanda di Isaac Asimov).
Estrapolando in base al tasso di crescita attuale del consumo energetico planetario, secondo Michio Kaku, fisico teorico statunitense, l’umanità potrebbe raggiungere una civiltà di tipo I intorno al 2200, di tipo II intorno al 5200 e di tipo III intorno al 7800.
La teoria di Kardashev può essere collegata ad altre teorie sociali, come quella proposta da Leslie White nel suo libro The Evolution of Culture. The Development of Civilization to the Fall of Rome, del 1959, che si propone di spiegare tutta la storia dell’umanità sulla base dello sviluppo della tecnologia. White riteneva infatti che i progressi tecnologici determinerebbero l’organizzazione sociale, seguendo le idee dell’etnologo e antropologo statunitense dell’Ottocento Lewis Henry Morgan, e proponeva come misura del livello di avanzamento di una società quella del suo consumo energetico, proponendo cinque stadi: quello dell’energia muscolare personale, dell’utilizzo di animali domestici, con il passaggio all’agricoltura della biomassa,delle energie fossili e infine dell’energia nucleare. La teoria di White si traduce nella formula P=ExT (dove P sta per progresso, E per energia consumata e T un coefficiente determinato in base all’efficacia delle tecniche che utilizzano questa energia.
Articolo completo sulla Scala diKardashev: http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_di_Kardashev
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/
Etichette:
ANOMALIE DELLO SPAZIO,
astronomia,
esobiologia,
misteri,
Scienza,
seti
martedì 29 giugno 2010
Il Brooking Report sugli extraterrestri esiste per davvero
In questo post proponiamo una interessante ricerca effettuata da Antonio De Comite (Direttore Generale Centro Ufologico Taranto)

E’ da anni che si parla di un documento denominato “Proposed Studies on the Implication of Peaceful Space Activities for Human Affairs” (Proposte di Studio sulle Implicazioni delle Attività Spaziali Pacifiche per le Questioni Umane) il quale, fra le altre cose, parla delle implicazioni sulla scoperta di vita extraterrestre nel nostro Sistema Solare. Il rapporto fu stilato dal “Brooking Institute” nel marzo del 1961, precisamente il giorno 24. Si è sempre parlato di pagine di documentazioni, alcune fotocopiate, molte riscritte in toto. Si sapeva solo che era stato ricevuto, tramite il FOIA americano nell’anno 1996, da un ricercatore statunitense. Ma nessuno, fino ad ora, era mai andato a verificare che il “Brooking Report” esiste in versione integrale in archivi governativi, per la precisione alla Hathi Trust Digital Library di New York e che collabora con diverse università di stato, fra cui tredici californiane. Il CUT (Centro Ufologico Taranto), grazie al sottoscritto, è riuscito a scovare ciò. Quindi si può dire ora che quel rapporto esiste per davvero. Il rapporto integrale, scritto da Donald N. Michael, parla soprattutto di viaggi spaziali e, alcune pagine, sono dedicate alle implicazioni della vita extraterrestre. Oltre al discorso delle implicazioni sulla società odierna dell’impatto del contatto, si parla (a pagina 215) del rapporto che “Diversi cosmologi e astronomi ritengono altamente probabile l’esistenza di vita intelligente in molti altri sistemi solari [...]. Manufatti lasciati in un determinato momento storico da queste forme di vita potrebbero essere scoperti attraverso le nostre future attività spaziali sulla Luna, su Marte, su Venere“. Quindi manufatti, artefatti, qualcosa di artificiale costruito non dall’essere umano. Ma un accenno a qualcosa che sa di insabbiamento (“Cover Up”) si trova a pagina 216 del rapporto in cui si afferma: “in che modo e in quali circostanze simili notizie potrebbero essere presentate o nascoste al pubblico, e per quali scopi? Quale potrebbe essere il ruolo degli scienziati autori della scoperta e di altri responsabili della decisione di renderla nota?” Quindi un accenno a nascondere la scoperta di prove tangibili di evidenza di artefatti di natura aliena, per evitare uno shock planetario. Prima ad ora erano supposizioni, come i documenti, ma ora la prova c’è. I documenti esistono per davvero.
Link rapporto integrale del “Brooking Institute”: http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?view=image;size=100;id=mdp.39015003453936;page=root;seq=1
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/

E’ da anni che si parla di un documento denominato “Proposed Studies on the Implication of Peaceful Space Activities for Human Affairs” (Proposte di Studio sulle Implicazioni delle Attività Spaziali Pacifiche per le Questioni Umane) il quale, fra le altre cose, parla delle implicazioni sulla scoperta di vita extraterrestre nel nostro Sistema Solare. Il rapporto fu stilato dal “Brooking Institute” nel marzo del 1961, precisamente il giorno 24. Si è sempre parlato di pagine di documentazioni, alcune fotocopiate, molte riscritte in toto. Si sapeva solo che era stato ricevuto, tramite il FOIA americano nell’anno 1996, da un ricercatore statunitense. Ma nessuno, fino ad ora, era mai andato a verificare che il “Brooking Report” esiste in versione integrale in archivi governativi, per la precisione alla Hathi Trust Digital Library di New York e che collabora con diverse università di stato, fra cui tredici californiane. Il CUT (Centro Ufologico Taranto), grazie al sottoscritto, è riuscito a scovare ciò. Quindi si può dire ora che quel rapporto esiste per davvero. Il rapporto integrale, scritto da Donald N. Michael, parla soprattutto di viaggi spaziali e, alcune pagine, sono dedicate alle implicazioni della vita extraterrestre. Oltre al discorso delle implicazioni sulla società odierna dell’impatto del contatto, si parla (a pagina 215) del rapporto che “Diversi cosmologi e astronomi ritengono altamente probabile l’esistenza di vita intelligente in molti altri sistemi solari [...]. Manufatti lasciati in un determinato momento storico da queste forme di vita potrebbero essere scoperti attraverso le nostre future attività spaziali sulla Luna, su Marte, su Venere“. Quindi manufatti, artefatti, qualcosa di artificiale costruito non dall’essere umano. Ma un accenno a qualcosa che sa di insabbiamento (“Cover Up”) si trova a pagina 216 del rapporto in cui si afferma: “in che modo e in quali circostanze simili notizie potrebbero essere presentate o nascoste al pubblico, e per quali scopi? Quale potrebbe essere il ruolo degli scienziati autori della scoperta e di altri responsabili della decisione di renderla nota?” Quindi un accenno a nascondere la scoperta di prove tangibili di evidenza di artefatti di natura aliena, per evitare uno shock planetario. Prima ad ora erano supposizioni, come i documenti, ma ora la prova c’è. I documenti esistono per davvero.
Link rapporto integrale del “Brooking Institute”: http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?view=image;size=100;id=mdp.39015003453936;page=root;seq=1
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/
Etichette:
esobiologia,
Scienza,
UFO DOCUMENTI DECLASSIFICATI
lunedì 21 giugno 2010
Scoperte Molecole Organiche Super-Complesse Nello Spazio Interstellare
Un team di scienziati del Istituto di Astrofisica delle Canarie(IAC) insieme ad altri dell’Università del Texas sono riusciti a identificare una delle più complesse molecole organiche mai scoperte in quello che viene chiamato mezzo interstellare( è il materiale rarefatto che si trova tra le stelle, all’interno di una galassia ). La scoperta di molecole di antracene potrebbe risolvere un mistero astrofisico che dura da decenni riguardo alla produzione di molecole organiche nello spazio.

“Abbiamo rilevato la presenza di molecole di antracene in una densa nube nella direzione di Cernis 52, nella costellazione Perseo, a circa 700 anni luce dal Sole,” ha spiegato Susana Iglesias Groth, a capo della ricerca del IAC.
Secondo lei, il prossimo passo sarà iniziare a cercare aminoacidi. Molecole come l’antracene sono prebiotiche, quindi quando sono soggette alla radiazione ultravioletta e combinate con acqua e ammoniaca dovrebbero produrre aminoacidi e altri composti essenziali per lo sviluppo della vita.
“Due anni fa”, racconta Iglesias, “abbiamo trovato prove dell’esistenza di un altra molecola organica, il naftalene, nello stesso posto, quindi tutte le cose indicano che abbiamo scoperto una regione di formazione stellare ricca di chimica prebiotica.” Fino ad ora, l’antracene fu scoperto soltanto in meteoriti e mai nel mezzo interstellare. Forme ossidate di queste molecole sono comuni in sistemi biologici e sono biochimicamente attive. Sul nostro pianeta, antracene ossidato è un composto primario dell’aloe ed ha proprietà anti-infiammatorie.
La nuova scoperta suggerisce che una buona parte delle componenti chiave nella chimica prebiotica terrestre potrebbe essere presente nella materia interstellare.
Dai anni ’80, centinaia di bande trovate nello spettro del mezzo interstellare, chiamate bande spettroscopiche diffuse,erano conosciute per essere associate con la materia interstellare ma la loro origine non fu mai identificata, fino ad ora. Questa scoperta indica che potrebbero risultare da forme molecolari basate su antracene e naftalene. Dato che sono ampiamente distribuite nello spazio interstellare, potrebbero aver giocato un ruolo nella produzione di cosi tante molecole organiche presenti nel momento della formazione del Sistema Solare.
Questi risultati si basano sulle osservazioni portate avanti con il William Herschel Telescope, al Osservatorio Roque de los Muchachos, su La Palma, alle Isole Canarie, insieme al Telescopio Hobby-Eberly, in Texas, negli USA.
Fonte: http://link2universe.wordpress.com/2010/06/21/scoperte-molecole-organiche-super-complesse-nello-spazio-interstellare/#more-1313

“Abbiamo rilevato la presenza di molecole di antracene in una densa nube nella direzione di Cernis 52, nella costellazione Perseo, a circa 700 anni luce dal Sole,” ha spiegato Susana Iglesias Groth, a capo della ricerca del IAC.
Secondo lei, il prossimo passo sarà iniziare a cercare aminoacidi. Molecole come l’antracene sono prebiotiche, quindi quando sono soggette alla radiazione ultravioletta e combinate con acqua e ammoniaca dovrebbero produrre aminoacidi e altri composti essenziali per lo sviluppo della vita.
“Due anni fa”, racconta Iglesias, “abbiamo trovato prove dell’esistenza di un altra molecola organica, il naftalene, nello stesso posto, quindi tutte le cose indicano che abbiamo scoperto una regione di formazione stellare ricca di chimica prebiotica.” Fino ad ora, l’antracene fu scoperto soltanto in meteoriti e mai nel mezzo interstellare. Forme ossidate di queste molecole sono comuni in sistemi biologici e sono biochimicamente attive. Sul nostro pianeta, antracene ossidato è un composto primario dell’aloe ed ha proprietà anti-infiammatorie.
La nuova scoperta suggerisce che una buona parte delle componenti chiave nella chimica prebiotica terrestre potrebbe essere presente nella materia interstellare.
Dai anni ’80, centinaia di bande trovate nello spettro del mezzo interstellare, chiamate bande spettroscopiche diffuse,erano conosciute per essere associate con la materia interstellare ma la loro origine non fu mai identificata, fino ad ora. Questa scoperta indica che potrebbero risultare da forme molecolari basate su antracene e naftalene. Dato che sono ampiamente distribuite nello spazio interstellare, potrebbero aver giocato un ruolo nella produzione di cosi tante molecole organiche presenti nel momento della formazione del Sistema Solare.
Questi risultati si basano sulle osservazioni portate avanti con il William Herschel Telescope, al Osservatorio Roque de los Muchachos, su La Palma, alle Isole Canarie, insieme al Telescopio Hobby-Eberly, in Texas, negli USA.
Fonte: http://link2universe.wordpress.com/2010/06/21/scoperte-molecole-organiche-super-complesse-nello-spazio-interstellare/#more-1313
Etichette:
astrobiologia,
astronomia,
esobiologia,
Scienza
Alla ricerca di fossili, anche scheletrici, su Europa
Se la vita extraterrestre esistesse davvero sulla luna di Giove Europa, invece di cercarla perforando la calotta di ghiaccio (cosa che sarebbe assai ardua per l’odierna tecnologia), si potrebbero cercare i fossili sulla superficie ghiacciata, secondo lo scienziato planetario Richard Greenberg presso la University of Arizona Lunar and Planetary Laboratory di Tucson.

Europa, una delle quattro principali lune di Giove, ha le dimensioni pressappoco della Luna terrestre, ed è avvolto da un oceano globale che può essere profondo circa 100 miglia (160 km). Questo oceano è ricoperto da una crosta di ghiaccio dallo spessore sconosciuto, anche se alcune stime ritengono che possa essere solo pochi chilometri.
Dal momento che sulla Terra la presenza di acqua indica anche presenza di vita, negli ultimi anni gli scienziati hanno ipotizzato che anche su Europa potesse esistere vita. I dati recenti inviati a terra da Cassini, suggeriscono che i suoi oceani potrebbero essere ossigenati abbastanza per supportare milioni di tonnellate di vita marina, come sulla Terra. Per verificare se qualche tipo di vita in realtà si è davvero evoluta su Europa, gli scienziati hanno proposto delle missioni automatiche per forare la calotta esterna, utilizzando il calore dei trapani per fondere il ghiaccio ed esplorare l’oceano sommerso. La NASA dovrebbe inviare nei prossimi decenni, un orbiter e un lander per trapanare fino in fondo attraverso il ghiaccio. Greenberg ha recentemente scritto un libro, intitolato “Smascherando Europa” (foto in alto, che affronta questo interessante tema.
Tuttavia, invece di penetrare un incerto spessore di ghiaccio, portando su Europa costose e pesanti apparecchiature, si potrebbero cercare i resti di vita marina direttamente sulla calotta esterna. Gli scienziati pensano che le eventuali forme di vita su Europa, in qualche modo potrebbero aver raggiunto la superficie attraverso le crepe del ghiaccio. Il costante sconvolgimento che subisce questa luna di Giove potrebbe infatti trascinare gli organismi inconsapevolmente verso l’alto, ci dice Greenberg.
La scarsità di crateri rilevati su Europa suggerisce che il guscio di ghiaccio non ha più di 50 milioni di anni.
Giove provoca forze di marea circa 1.000 volte più forti di quelle che la Terra subisce dalla nostra Luna, con una costante flessione e riscaldamento che mescolano continuamente la sua crosta.
Probabilmente, nuova acqua nell’oceano ghiacciato, viene regolarmente spinta verso l’alto dal basso. Parti della superficie potrebbe anche sciogliersi creando zattere di ghiaccio che si staccano e cadono intorno o sprofondano.
Questo processo crea un “terreno caotico” che comprende circa il 40% del guscio di ghiaccio e manda anche la materia verso l’alto e verso il basso.
“Se ci fossero organismi nell’oceano di Europa, si può ben immaginare che su tutta la superficie ci potrebbero essere blocchi congelati di quella roba”, ha detto Greenberg. “La gente parla di vari tipi di trapani a fusione attraverso il ghiaccio ma credo che saremmo in grado di trovare dei campioni di esseri viventi sulla sua superficie”.Uno dei posti migliori per cercare i fossili su Europa sarebbero le recenti formazioni di creste doppie, secondo Greenberg. “Le dorsali che attraversano le altre sarebbero quelle più recenti,” ha spiegato. “Si potrebbero allora immaginare dei landers pet scavare il ghiaccio e analizzarlo”. I terreni caotici come quello di Europa, offrirebbero anche un’altra buona posizione per esplorare, come le fessure attive sulla crosta.
“Se riuscissimo a raggiungere una recente frattura della crosta c’è una buona probabilità di poter analizzare il ghiaccio più recente e potremmo anche prelevare campioni di acqua”. Se uno qualsiasi dei microbi fossero riusciti a farsi strada alla superficie di Europa, il flusso costante di radiazioni da Giove probabilmente romperebbe le loro proteine (sempre che abbiano una struttura proteica), ha detto planetario geologo Brad Dalton alla NASA’s Jet Propulsion Laboratory.
[Come sempre al JPL, prontamente stroncano ogni ipotesi di vita extraterrestre. Perchè invece non supporre la possibilità che possano essersi adattate alle radiazioni di Giove e siano vive e vegete anche sulla superficie di Europa? ndR]. Tuttavia, gli esperimenti di Dalton hanno suggerito che un orbiter potrebbe indagare sulla superficie con gli infrarossi, per cercare i resti di vita. I Landers potrebbero effettuare poi le analisi più dettagliate, con l’utilizzo di dispositivi “lab-on-a-chip” sui campioni di ghiaccio sciolti per cercare le biomolecole.
“E poi c’è sempre la possibilità che potremmo trovare delle strutture analoghe a dei resti scheletrici”, fa notare Greenberg.
Dalton ha aggiunto che se un lander scavasse anche solo un metro verso il basso, potrebbe già essere in grado di trovare organismi vitali, se davvero ci fossero.
Certo, se ci fosse vita nell’oceano di Europa, rimane incerto se sia davvero capace di raggiungere la superficie. Al contrario, se la vita non verrà trovata sulla superficie, ciò non significherà che non ci sia nelle profondità dell’oceano.
“Il mio punto di vista è: perché aspettare di cercare la vita nel posto più duro su Europa (l’oceano sommerso), quando si potrebbe cercarla per primo nel posto piu facile?” conclude Greenberg.
Fonte: http://nemsisprojectresearch.blogspot.com/2010/06/alla-riceca-di-fossili-su-europa.html

Europa, una delle quattro principali lune di Giove, ha le dimensioni pressappoco della Luna terrestre, ed è avvolto da un oceano globale che può essere profondo circa 100 miglia (160 km). Questo oceano è ricoperto da una crosta di ghiaccio dallo spessore sconosciuto, anche se alcune stime ritengono che possa essere solo pochi chilometri.
Dal momento che sulla Terra la presenza di acqua indica anche presenza di vita, negli ultimi anni gli scienziati hanno ipotizzato che anche su Europa potesse esistere vita. I dati recenti inviati a terra da Cassini, suggeriscono che i suoi oceani potrebbero essere ossigenati abbastanza per supportare milioni di tonnellate di vita marina, come sulla Terra. Per verificare se qualche tipo di vita in realtà si è davvero evoluta su Europa, gli scienziati hanno proposto delle missioni automatiche per forare la calotta esterna, utilizzando il calore dei trapani per fondere il ghiaccio ed esplorare l’oceano sommerso. La NASA dovrebbe inviare nei prossimi decenni, un orbiter e un lander per trapanare fino in fondo attraverso il ghiaccio. Greenberg ha recentemente scritto un libro, intitolato “Smascherando Europa” (foto in alto, che affronta questo interessante tema.
Tuttavia, invece di penetrare un incerto spessore di ghiaccio, portando su Europa costose e pesanti apparecchiature, si potrebbero cercare i resti di vita marina direttamente sulla calotta esterna. Gli scienziati pensano che le eventuali forme di vita su Europa, in qualche modo potrebbero aver raggiunto la superficie attraverso le crepe del ghiaccio. Il costante sconvolgimento che subisce questa luna di Giove potrebbe infatti trascinare gli organismi inconsapevolmente verso l’alto, ci dice Greenberg.
La scarsità di crateri rilevati su Europa suggerisce che il guscio di ghiaccio non ha più di 50 milioni di anni.
Giove provoca forze di marea circa 1.000 volte più forti di quelle che la Terra subisce dalla nostra Luna, con una costante flessione e riscaldamento che mescolano continuamente la sua crosta.
Probabilmente, nuova acqua nell’oceano ghiacciato, viene regolarmente spinta verso l’alto dal basso. Parti della superficie potrebbe anche sciogliersi creando zattere di ghiaccio che si staccano e cadono intorno o sprofondano.
Questo processo crea un “terreno caotico” che comprende circa il 40% del guscio di ghiaccio e manda anche la materia verso l’alto e verso il basso.
“Se ci fossero organismi nell’oceano di Europa, si può ben immaginare che su tutta la superficie ci potrebbero essere blocchi congelati di quella roba”, ha detto Greenberg. “La gente parla di vari tipi di trapani a fusione attraverso il ghiaccio ma credo che saremmo in grado di trovare dei campioni di esseri viventi sulla sua superficie”.Uno dei posti migliori per cercare i fossili su Europa sarebbero le recenti formazioni di creste doppie, secondo Greenberg. “Le dorsali che attraversano le altre sarebbero quelle più recenti,” ha spiegato. “Si potrebbero allora immaginare dei landers pet scavare il ghiaccio e analizzarlo”. I terreni caotici come quello di Europa, offrirebbero anche un’altra buona posizione per esplorare, come le fessure attive sulla crosta.
“Se riuscissimo a raggiungere una recente frattura della crosta c’è una buona probabilità di poter analizzare il ghiaccio più recente e potremmo anche prelevare campioni di acqua”. Se uno qualsiasi dei microbi fossero riusciti a farsi strada alla superficie di Europa, il flusso costante di radiazioni da Giove probabilmente romperebbe le loro proteine (sempre che abbiano una struttura proteica), ha detto planetario geologo Brad Dalton alla NASA’s Jet Propulsion Laboratory.
[Come sempre al JPL, prontamente stroncano ogni ipotesi di vita extraterrestre. Perchè invece non supporre la possibilità che possano essersi adattate alle radiazioni di Giove e siano vive e vegete anche sulla superficie di Europa? ndR]. Tuttavia, gli esperimenti di Dalton hanno suggerito che un orbiter potrebbe indagare sulla superficie con gli infrarossi, per cercare i resti di vita. I Landers potrebbero effettuare poi le analisi più dettagliate, con l’utilizzo di dispositivi “lab-on-a-chip” sui campioni di ghiaccio sciolti per cercare le biomolecole.
“E poi c’è sempre la possibilità che potremmo trovare delle strutture analoghe a dei resti scheletrici”, fa notare Greenberg.
Dalton ha aggiunto che se un lander scavasse anche solo un metro verso il basso, potrebbe già essere in grado di trovare organismi vitali, se davvero ci fossero.
Certo, se ci fosse vita nell’oceano di Europa, rimane incerto se sia davvero capace di raggiungere la superficie. Al contrario, se la vita non verrà trovata sulla superficie, ciò non significherà che non ci sia nelle profondità dell’oceano.
“Il mio punto di vista è: perché aspettare di cercare la vita nel posto più duro su Europa (l’oceano sommerso), quando si potrebbe cercarla per primo nel posto piu facile?” conclude Greenberg.
Fonte: http://nemsisprojectresearch.blogspot.com/2010/06/alla-riceca-di-fossili-su-europa.html
Etichette:
esobiologia,
misteri,
satellite europa,
Scienza
martedì 15 giugno 2010
Marte aveva un gigantesco oceano e 40.000 fiumi
Quando aveva appena un miliardo di anni Marte era un pianeta blu, ricco di acqua. Probabilmente un grande oceano nell’emisfero Nord lo occupava per un terzo, la terraferma era piena di laghi e i fiumi erano almeno 40.000.(vedi ricostruzione sotto)

E’ il ritratto di Marte com’era 3,5 miliardi di anni fa, descritto sulla rivista Nature Geoscience dall’italiano Gaetano Di Achille, che ha lasciato l’Italia, dove ha studiato nell’ universita’ di Pescara ”Gabriele D’Annunzio”, per gli Usa. ”E’ un altro passo verso la definizione del bilancio idrologico di Marte, anche se la conferma definitiva potra’ venire solo dal ritrovamento di sedimenti”, osserva il direttore della Scuola internazionale di scienze planetarie (Irsps) dell’universita’ di Pescara, Gian Gabriele Ori. Due anni fa il suo gruppo aveva studiato la firma chimica dell’antico oceano. ”Ora aggiungiamo un altro tassello importante”, dice Di Achille, che nel Laboratorio di Fisica spaziale e dell’atmosfera dell’universita’ del Colorado ha lavorato con il geologo planetario Brian Hynek. Il nuovo panorama di Marte e’ il risultato della prima ricerca che riunisce i dati osservati dal 2001 ad oggi dai satelliti di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa) in orbita attorno a Marte. Per Di Achille ”non e’ ancora una prova definitiva”, ma sembra ormai molto probabile che in passato un oceano profondo circa 550 metri copriva il 36% del pianeta e conteneva circa 124 milioni chilometri cubi di acqua. Non si puo’ escludere che un ambiente come questo possa avere ospitato forme di vita. Analizzando le valli scavate dai 40.000 fiumi marziani e i depositi nei delta di 52 di essi, i ricercatori hanno trovato la conferma che ”il ciclo dell’acqua su Marte era molto simile a quello della Terra, con piogge, acqua che scorreva sulla superficie, si accumulava in laghi e in un oceano, formava ghiacciai ed evaporava”, spiega Di Achille. I confini del grande oceano marziano erano delineati dai depositi fluviali dei 52 delta considerati nella ricerca (29 dei quali erano collegati sia all’oceano sia ai tanti laghi vicini); i grandi fiumi che confluivano nell’oceano erano alimentati da numerosi affluenti e, come sulla Terra, erano sullo stesso livello. ”Difficile dire – prosegue il ricercatore – quanto sia durato tutto questo e resta da capire che fine abbia fatto tutta quell’acqua”. Secondo una delle ipotesi piu’ accreditate circa 3,5 miliardi di anni fa Marte perse il campo magnetico che lo proteggeva dal vento solare; esposta alla miriade di particelle provenienti dal Sole, l’acqua rimase senza difese, le sue molecole cominciarono a dissociarsi, disperdendosi nell’ atmosfera. Parte di quell’acqua e’ ancora presente, sotto forma di ghiaccio, nel terreno e nelle calotte polari di Marte. Ora Di Achille proseguira’ le sue ricerche su Marte in Olanda. Scaduto il periodo di lavoro in Usa, in questi giorni e’ in Italia e in autunno si trasferira’ in Olanda, nel Centro di ricerche dell’Esa. ”Starei volentieri in Italia – ha detto – perche’ e’ possibile fare queste cose anche qui, ma non c’e’ purtroppo la possibilita’ materiale di fare questo lavoro. Ogni giorno cerco i concorsi per ricercatori, ma non ci sono, devo arrangiarmi cosi”‘.
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/06/14/visualizza_new.html_1822573078.html

E’ il ritratto di Marte com’era 3,5 miliardi di anni fa, descritto sulla rivista Nature Geoscience dall’italiano Gaetano Di Achille, che ha lasciato l’Italia, dove ha studiato nell’ universita’ di Pescara ”Gabriele D’Annunzio”, per gli Usa. ”E’ un altro passo verso la definizione del bilancio idrologico di Marte, anche se la conferma definitiva potra’ venire solo dal ritrovamento di sedimenti”, osserva il direttore della Scuola internazionale di scienze planetarie (Irsps) dell’universita’ di Pescara, Gian Gabriele Ori. Due anni fa il suo gruppo aveva studiato la firma chimica dell’antico oceano. ”Ora aggiungiamo un altro tassello importante”, dice Di Achille, che nel Laboratorio di Fisica spaziale e dell’atmosfera dell’universita’ del Colorado ha lavorato con il geologo planetario Brian Hynek. Il nuovo panorama di Marte e’ il risultato della prima ricerca che riunisce i dati osservati dal 2001 ad oggi dai satelliti di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa) in orbita attorno a Marte. Per Di Achille ”non e’ ancora una prova definitiva”, ma sembra ormai molto probabile che in passato un oceano profondo circa 550 metri copriva il 36% del pianeta e conteneva circa 124 milioni chilometri cubi di acqua. Non si puo’ escludere che un ambiente come questo possa avere ospitato forme di vita. Analizzando le valli scavate dai 40.000 fiumi marziani e i depositi nei delta di 52 di essi, i ricercatori hanno trovato la conferma che ”il ciclo dell’acqua su Marte era molto simile a quello della Terra, con piogge, acqua che scorreva sulla superficie, si accumulava in laghi e in un oceano, formava ghiacciai ed evaporava”, spiega Di Achille. I confini del grande oceano marziano erano delineati dai depositi fluviali dei 52 delta considerati nella ricerca (29 dei quali erano collegati sia all’oceano sia ai tanti laghi vicini); i grandi fiumi che confluivano nell’oceano erano alimentati da numerosi affluenti e, come sulla Terra, erano sullo stesso livello. ”Difficile dire – prosegue il ricercatore – quanto sia durato tutto questo e resta da capire che fine abbia fatto tutta quell’acqua”. Secondo una delle ipotesi piu’ accreditate circa 3,5 miliardi di anni fa Marte perse il campo magnetico che lo proteggeva dal vento solare; esposta alla miriade di particelle provenienti dal Sole, l’acqua rimase senza difese, le sue molecole cominciarono a dissociarsi, disperdendosi nell’ atmosfera. Parte di quell’acqua e’ ancora presente, sotto forma di ghiaccio, nel terreno e nelle calotte polari di Marte. Ora Di Achille proseguira’ le sue ricerche su Marte in Olanda. Scaduto il periodo di lavoro in Usa, in questi giorni e’ in Italia e in autunno si trasferira’ in Olanda, nel Centro di ricerche dell’Esa. ”Starei volentieri in Italia – ha detto – perche’ e’ possibile fare queste cose anche qui, ma non c’e’ purtroppo la possibilita’ materiale di fare questo lavoro. Ogni giorno cerco i concorsi per ricercatori, ma non ci sono, devo arrangiarmi cosi”‘.
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/06/14/visualizza_new.html_1822573078.html
Etichette:
esobiologia,
marte,
misteri
lunedì 14 giugno 2010
Fisico nucleare: “gli impianti alieni sono argomento molto serio”
Il dottor Robert Koontz ha un Ph.D. in fisica nucleare sperimentale e, attualmente, sta tentando di creare una tecnologia che permetterà l’estrazione di quantità utilizzabile di energia dal vuoto.

Questa ricerca segue quelle di Nikola Tesla e del dottor Thomas Henry Moray. Ebbene questo autorevole personaggio scrive una lettera aperta che mette in guardia sui rapimenti alieni e sugli impianti che vengono trovati all’interno delle vittime. Ecco cosa scrive:
Sono un Ph.D di ricerca sperimentale in fisica nucleare, e una volta ero nella US Navy’s Naval Security Group. Mentre fui assegnato alla National Security Agency, ho insegnato elettronica relativa alla raccolta di informazioni a distanza. Per un lungo tempo ho avuto autorizzazione National Security Agency Top Secret con Cryptographic Endorsement e Code-Word Access.
Nel collegamento web di sotto, ho postato articoli e informazioni sul mio background
che accertano le mie credenziali.
http://www.doctorkoontz.com/bio/Deep_Background/index.htm
Per quanto riguarda le relazioni di Whitley Streiber sugli impianti alieni e la sua recente intervista da parte del Dr. Roger Leir, e anche per quanto riguarda l’intervista di Whitley di uno scienziato americano che afferma di essere stato impiantato con un qualche tipo di dispositivo tecnologico, trovo le prove molto convincenti.
In particolare, nei rapporti segnalati rilevo isotopi non terrestri dell’impianto putativo, emissioni indicanti energia elettromagnetica e la microstruttura apparente del possibile dispositivo. Questa è la prova fisica che esiste e può essere analizzata.
Prendo atto anche che lo scienziato intervistato sembra abbastanza lucido e ragionevole. Inoltre, lo scienziato ha conoscenze dimostrabili su nano-tubi di carbonio e sembra essere per davvero lo scienziato che afferma di essere.
Non vedo alcun motivo di dubitare su quello che questi uomini stanno dicendo. Infatti, piuttosto è vero il contrario: La mia opinione è che la questione debba essere presa molto seriamente e, infine, dovrebbe essere affrontata apertamente da entrambe le autorità federali e dal pubblico.
Tuttavia, mi rendo conto che è improbabile che le autorità federali affrontino apertamente la questione, e la mia opinione è che i media giornalistici tradizionali non scriveranno anche un solo, imparziale, articolo sul tema.
Tuttavia, se è vero che persone extraterrestri inseriscono impianti nei corpi dei cittadini americani e scienziati americani, allora la questione è di natura di sicurezza nazionale che potrebbe essere più grave della minaccia di al-Qaeda e Corea del Nord.
E’ possibile che i miei commenti saranno accolti con scherno e derisione, in alcune strutture. Ma questo non mi dissuade affatto. Lasciate che i chip possano cadere. La verità è un alleato.
Cordiali saluti,
Dr. Robert W. Koontz, Ph.D
Sito Web: http://www.doctorKoontz.com
Link della lettera aperta http://www.doctorkoontz.com/Letters/Implants_001.htm
La lettera è stata scritta il 26 maggio 2009

Questa ricerca segue quelle di Nikola Tesla e del dottor Thomas Henry Moray. Ebbene questo autorevole personaggio scrive una lettera aperta che mette in guardia sui rapimenti alieni e sugli impianti che vengono trovati all’interno delle vittime. Ecco cosa scrive:
Sono un Ph.D di ricerca sperimentale in fisica nucleare, e una volta ero nella US Navy’s Naval Security Group. Mentre fui assegnato alla National Security Agency, ho insegnato elettronica relativa alla raccolta di informazioni a distanza. Per un lungo tempo ho avuto autorizzazione National Security Agency Top Secret con Cryptographic Endorsement e Code-Word Access.
Nel collegamento web di sotto, ho postato articoli e informazioni sul mio background
che accertano le mie credenziali.
http://www.doctorkoontz.com/bio/Deep_Background/index.htm
Per quanto riguarda le relazioni di Whitley Streiber sugli impianti alieni e la sua recente intervista da parte del Dr. Roger Leir, e anche per quanto riguarda l’intervista di Whitley di uno scienziato americano che afferma di essere stato impiantato con un qualche tipo di dispositivo tecnologico, trovo le prove molto convincenti.
In particolare, nei rapporti segnalati rilevo isotopi non terrestri dell’impianto putativo, emissioni indicanti energia elettromagnetica e la microstruttura apparente del possibile dispositivo. Questa è la prova fisica che esiste e può essere analizzata.
Prendo atto anche che lo scienziato intervistato sembra abbastanza lucido e ragionevole. Inoltre, lo scienziato ha conoscenze dimostrabili su nano-tubi di carbonio e sembra essere per davvero lo scienziato che afferma di essere.
Non vedo alcun motivo di dubitare su quello che questi uomini stanno dicendo. Infatti, piuttosto è vero il contrario: La mia opinione è che la questione debba essere presa molto seriamente e, infine, dovrebbe essere affrontata apertamente da entrambe le autorità federali e dal pubblico.
Tuttavia, mi rendo conto che è improbabile che le autorità federali affrontino apertamente la questione, e la mia opinione è che i media giornalistici tradizionali non scriveranno anche un solo, imparziale, articolo sul tema.
Tuttavia, se è vero che persone extraterrestri inseriscono impianti nei corpi dei cittadini americani e scienziati americani, allora la questione è di natura di sicurezza nazionale che potrebbe essere più grave della minaccia di al-Qaeda e Corea del Nord.
E’ possibile che i miei commenti saranno accolti con scherno e derisione, in alcune strutture. Ma questo non mi dissuade affatto. Lasciate che i chip possano cadere. La verità è un alleato.
Cordiali saluti,
Dr. Robert W. Koontz, Ph.D
Sito Web: http://www.doctorKoontz.com
Link della lettera aperta http://www.doctorkoontz.com/Letters/Implants_001.htm
La lettera è stata scritta il 26 maggio 2009
Etichette:
esobiologia,
Scienza,
TECNOLOGIE OCCULTE,
Ufo
domenica 6 giugno 2010
Su Europa, satellite di Giove, c’è una civiltà. Parola di astrofisico
Questa intervista, fatta all’astrofisico russo Boris Rodionov, apparve sul quotidiano “La Stampa” il giorno 30 gennaio 1998. I quesiti furono posti da Giulietto Chiesa. Chissà perchè non se ne parla più. Buona lettura.

“Quando ho mostrato quelle foto agli ingegneri che costruiscono i nostri oleodotti e gasdotti, la reazione e’ stata unanime: ma sono sistemi di oleodotti sotto una coltre di ghiaccio. Non avevo detto loro da dove venivano quelle foto. Pensarono che fossero foto da un satellite della Siberia, con risoluzione di nove chilometri“.
Boris Rodionov, professore di micro e cosmofisica dell’Istituto Mifi (Ingegneria Fisica dell’Universita’ di Mosca), racconta la sua ” scoperta” con aria divertita. Le foto sono quelle della sonda americana Galileo, che sta ancora girando attorno a Giove, fotografando ad ogni passaggio le lune del gigante del nostro sistema solare: Io, Europa, Ganimede, Callisto. E quelle che hanno attirato l’attenzione di Rodionov, e non solo la sua, mostrano la superficie di Europa.
“Strane, troppo strane per non far pensare – dice il professore -. Basta esaminarle con attenzione per escludere subito che si tratti di fessure naturali, di incrinature di tipo geologico“. Rodionov confuta in questo modo la tesi di molti planetologi, che interpretano quei segni come fratture causate dalle forze di marea esercitate da Giove: da queste fratture, secondo la tesi che Rodionov nega, uscirebbe acqua allo stato liquido, che poi si rapprenderebbe rapidamente. Quali altre ipotesi rimangono in piedi? “Due soltanto – replica Rodionov – una tecnogenetica, l’altra biogenetica. La seconda mi sembra fantastica, perche’ condurrebbe alla conclusione che quell’intricata rete di tubi e’ il sistema circolatorio di un essere vivente. La prima e’ da verificare, ovviamente, ma sta in piedi: quelle straordinarie vie di comunicazione (uso termini approssimativi per farmi capire) sono il prodotto di una civilta’. Per giunta di una civilta’ molto piu’ evoluta della nostra“.
Europa e’ una delle lune di Giove. Il suo diametro e’ all’incirca di 3000 chilometri, poco piu’ piccola della nostra Luna, dunque. Non ha quasi atmosfera. La sua superficie e’ coperta da una lastra di ghiaccio che dovrebbe essere spessa fino a parecchie centinaia di metri. E qui cominciano le stranezze notate dal professore russo. La prima e’ che le altre tre lune di Giove sono crivellate di crateri, come lo e’ la nostra Luna, e anzi molto di piu’ perche’ l’enormita’ di Giove e’ tale da attrarre un sacco di spazzatura planetaria, centinaia di volte di piu’ della Luna e della Terra messe assieme. Europa invece presenta solo (nella parte coperta dalle foto di Galileo) tre crateri grandi e nove piccoli. Non c’e’ spiegazione per questa differenza. Guardando meglio si vede che il ghiaccio di Europa non e’ dappertutto maculato dagli urti di milioni di meteoriti che, indubbiamente, colpiscono la superficie del satellite come quella delle altre lune di Giove. Vi sono zone dove il ghiaccio appare liscio e lucente. Come se venissero svolti in continuazione “lavori di riparazione”. La fittissima rete di condotte che emerge dalle foto, sebbene ricoperta dai ghiacci, e’ talmente regolare, con interconnessioni parallele del tutto geometriche, da escludere il caso.
"Si tratta – dice Rodionov – di tubi, o canali della lunghezza di centinaia di chilometri, di profili diversi e diametri che possono arrivare a 200 metri, a piu’ piani. Che non si tagliano l’uno con l’altro ma si scavalcano. Sono tunnel, autostrade, abitazioni, impianti industriali? “Non lo sappiamo, ma ripeto – dice Rodionov con calma olimpica – che chiunque analizzi quelle foto concludera’ che sono prodotti artificiali“. Solo una civilta’ molto antica ed evoluta, molto piu’ della nostra, puo’ permettersi di vivere in quelle condizioni.
Le uniche possibili, del resto, perche’ solo sotto uno spesso riparo di ghiaccio si puo’ evitare il bombardamento dei meteoriti e quello non meno esiziale della potente radioattivita’ che promana da Giove. Ma quelle “riparazioni” lascerebbero pensare che quella civilta’ e’ ancora in vita, non si e’ estinta. E’ cosi’? Rodionov non esita a rispondere affermativamente. Sono io che esito a porre la domanda successiva: ma allora come mai non hanno mai tentato di uscire all’esterno? In fondo, penso, noi appena abbiamo avuto i mezzi tecnici siamo andati fuori, nello spazio, dove le condizioni non permettono la vita. E noi stiamo da sempre interrogandoci sulla vita fuori dalla Terra. Boris Rodionov interrompe la disquisizione: “Le foto dimostrano che loro escono fuori, come lei dice. Quelle riparazioni sono fatte con acqua calda, che esiste in abbondanza nelle viscere del satellite. In secondo luogo, per quanto riguarda la loro curiosita’…forse ci conoscono gia’ abbastanza...”.
Rodionov non ha l’aria di scherzare, crede negli Ufo, evidentemente, ma non e’ questo il punto. Qui a Mosca, nel suo istituto, sulla sua ipotesi nessuno ride o scherza. Nei prossimi giorni un seminario speciale sara’ dedicato alla sua analisi. Rodionov ha inviato tre cartelline di spiegazione anche a Edward Stone, direttore del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena e ha ricevuto una risposta interlocutoria: la Nasa sta anch’essa analizzando le foto e trova ” interessante” l’ipotesi dello scienziato russo. Si puo’ andare oltre, sulla base dei dati esistenti? Rodionov ha un piano. Cercare di stabilire un contatto laser. Sono gia’ stati elaborati diversi linguaggi nell’eventualita’ di un contatto. Siamo dentro il sistema solare e, quindi, in condizioni molto vantaggiose. “Ma – aggiunge il professore russo – il contatto potrebbe comunque non esserci. Ricordi le formiche. Allora ci puo’ servire moltissimo Galileo. Che ha ancora due anni di vita. Ci saranno altre foto, in altri momenti, da altre angolazioni. Potremo ottenere le carte in rilievo e confrontare le eventuali variazioni alla superficie delle zone lucide. Cioe’ se vi sono stati nel frattempo altri risanamenti delle ferite meteoriche. Insomma con opportune correzioni del programma scientifico di Galileo potremmo ricavare un’immensa quantita’ di informazioni. Per ora abbiamo foto di circa la meta’ di Europa. Potremo avere un quadro piu’ preciso di gran parte della sua superficie. Ma, in attesa di tutto cio’, quello che gia’ vediamo e’ sufficiente a concludere che lassu’ c’e’ una vita intelligente“.
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/

“Quando ho mostrato quelle foto agli ingegneri che costruiscono i nostri oleodotti e gasdotti, la reazione e’ stata unanime: ma sono sistemi di oleodotti sotto una coltre di ghiaccio. Non avevo detto loro da dove venivano quelle foto. Pensarono che fossero foto da un satellite della Siberia, con risoluzione di nove chilometri“.
Boris Rodionov, professore di micro e cosmofisica dell’Istituto Mifi (Ingegneria Fisica dell’Universita’ di Mosca), racconta la sua ” scoperta” con aria divertita. Le foto sono quelle della sonda americana Galileo, che sta ancora girando attorno a Giove, fotografando ad ogni passaggio le lune del gigante del nostro sistema solare: Io, Europa, Ganimede, Callisto. E quelle che hanno attirato l’attenzione di Rodionov, e non solo la sua, mostrano la superficie di Europa.
“Strane, troppo strane per non far pensare – dice il professore -. Basta esaminarle con attenzione per escludere subito che si tratti di fessure naturali, di incrinature di tipo geologico“. Rodionov confuta in questo modo la tesi di molti planetologi, che interpretano quei segni come fratture causate dalle forze di marea esercitate da Giove: da queste fratture, secondo la tesi che Rodionov nega, uscirebbe acqua allo stato liquido, che poi si rapprenderebbe rapidamente. Quali altre ipotesi rimangono in piedi? “Due soltanto – replica Rodionov – una tecnogenetica, l’altra biogenetica. La seconda mi sembra fantastica, perche’ condurrebbe alla conclusione che quell’intricata rete di tubi e’ il sistema circolatorio di un essere vivente. La prima e’ da verificare, ovviamente, ma sta in piedi: quelle straordinarie vie di comunicazione (uso termini approssimativi per farmi capire) sono il prodotto di una civilta’. Per giunta di una civilta’ molto piu’ evoluta della nostra“.
Europa e’ una delle lune di Giove. Il suo diametro e’ all’incirca di 3000 chilometri, poco piu’ piccola della nostra Luna, dunque. Non ha quasi atmosfera. La sua superficie e’ coperta da una lastra di ghiaccio che dovrebbe essere spessa fino a parecchie centinaia di metri. E qui cominciano le stranezze notate dal professore russo. La prima e’ che le altre tre lune di Giove sono crivellate di crateri, come lo e’ la nostra Luna, e anzi molto di piu’ perche’ l’enormita’ di Giove e’ tale da attrarre un sacco di spazzatura planetaria, centinaia di volte di piu’ della Luna e della Terra messe assieme. Europa invece presenta solo (nella parte coperta dalle foto di Galileo) tre crateri grandi e nove piccoli. Non c’e’ spiegazione per questa differenza. Guardando meglio si vede che il ghiaccio di Europa non e’ dappertutto maculato dagli urti di milioni di meteoriti che, indubbiamente, colpiscono la superficie del satellite come quella delle altre lune di Giove. Vi sono zone dove il ghiaccio appare liscio e lucente. Come se venissero svolti in continuazione “lavori di riparazione”. La fittissima rete di condotte che emerge dalle foto, sebbene ricoperta dai ghiacci, e’ talmente regolare, con interconnessioni parallele del tutto geometriche, da escludere il caso.
"Si tratta – dice Rodionov – di tubi, o canali della lunghezza di centinaia di chilometri, di profili diversi e diametri che possono arrivare a 200 metri, a piu’ piani. Che non si tagliano l’uno con l’altro ma si scavalcano. Sono tunnel, autostrade, abitazioni, impianti industriali? “Non lo sappiamo, ma ripeto – dice Rodionov con calma olimpica – che chiunque analizzi quelle foto concludera’ che sono prodotti artificiali“. Solo una civilta’ molto antica ed evoluta, molto piu’ della nostra, puo’ permettersi di vivere in quelle condizioni.
Le uniche possibili, del resto, perche’ solo sotto uno spesso riparo di ghiaccio si puo’ evitare il bombardamento dei meteoriti e quello non meno esiziale della potente radioattivita’ che promana da Giove. Ma quelle “riparazioni” lascerebbero pensare che quella civilta’ e’ ancora in vita, non si e’ estinta. E’ cosi’? Rodionov non esita a rispondere affermativamente. Sono io che esito a porre la domanda successiva: ma allora come mai non hanno mai tentato di uscire all’esterno? In fondo, penso, noi appena abbiamo avuto i mezzi tecnici siamo andati fuori, nello spazio, dove le condizioni non permettono la vita. E noi stiamo da sempre interrogandoci sulla vita fuori dalla Terra. Boris Rodionov interrompe la disquisizione: “Le foto dimostrano che loro escono fuori, come lei dice. Quelle riparazioni sono fatte con acqua calda, che esiste in abbondanza nelle viscere del satellite. In secondo luogo, per quanto riguarda la loro curiosita’…forse ci conoscono gia’ abbastanza...”.
Rodionov non ha l’aria di scherzare, crede negli Ufo, evidentemente, ma non e’ questo il punto. Qui a Mosca, nel suo istituto, sulla sua ipotesi nessuno ride o scherza. Nei prossimi giorni un seminario speciale sara’ dedicato alla sua analisi. Rodionov ha inviato tre cartelline di spiegazione anche a Edward Stone, direttore del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena e ha ricevuto una risposta interlocutoria: la Nasa sta anch’essa analizzando le foto e trova ” interessante” l’ipotesi dello scienziato russo. Si puo’ andare oltre, sulla base dei dati esistenti? Rodionov ha un piano. Cercare di stabilire un contatto laser. Sono gia’ stati elaborati diversi linguaggi nell’eventualita’ di un contatto. Siamo dentro il sistema solare e, quindi, in condizioni molto vantaggiose. “Ma – aggiunge il professore russo – il contatto potrebbe comunque non esserci. Ricordi le formiche. Allora ci puo’ servire moltissimo Galileo. Che ha ancora due anni di vita. Ci saranno altre foto, in altri momenti, da altre angolazioni. Potremo ottenere le carte in rilievo e confrontare le eventuali variazioni alla superficie delle zone lucide. Cioe’ se vi sono stati nel frattempo altri risanamenti delle ferite meteoriche. Insomma con opportune correzioni del programma scientifico di Galileo potremmo ricavare un’immensa quantita’ di informazioni. Per ora abbiamo foto di circa la meta’ di Europa. Potremo avere un quadro piu’ preciso di gran parte della sua superficie. Ma, in attesa di tutto cio’, quello che gia’ vediamo e’ sufficiente a concludere che lassu’ c’e’ una vita intelligente“.
Fonte: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/
Etichette:
articoli,
civiltà extraterrestri,
esobiologia,
giove,
satellite europa
domenica 23 maggio 2010
Esobiologia: studio sulla presenza di acqua "abitabile" sulla Terra e sugli esopianeti
L'acqua è indispensabile per la vita come noi la conosciamo. Ma non tutta l'acqua ha i requisiti per ospitarla. Secondo i dati provenienti da molti ambienti estremi, i ricercatori hanno trovato i limiti di ciò che costituisce le condizioni di abitabilità nell'acqua sul nostro pianeta. Questo potrebbe aiutarci a capire quali tipi di acqua sugli altri pianeti sarebbe idonei ad ospitare la vita.

"Cerchiamo l'acqua calda o forse l'acqua fredda?" si chiede Eriita Jones della Australian National University, principale autore dello studio che appare sull'ultimo numero della rivista Astrobiologia.
Il principio guida nella nostra ricerca in corso per la biologia aliena è "seguire l'acqua". Ma la nuova ricerca suggerisce questo obiettivo deve essere affinato e da solo non è sufficiente.
Sulla Terra, sappiamo che la vita può esistere ad una vasta gamma di temperature e pressioni, eppure vi sono luoghi in cui non è stata trovata. Jones e il suo collega Carlo Lineweaver hanno condotto un'indagine globale per capire fino a che punto è presente la vita nel "territorio d'acqua" sulla Terra.
I loro risultati indicano che solo il 12% del volume di acqua liquida della Terra ospita la vita. Per quanto riguarda il resto di questo volume, la vita non ha mai trovato il modo di adattarsi, pur avendo avuto diversi miliardi di anni di evoluzione per poterlo fare.
Questo può significare che qualche frazione di acqua liquida è strettamente inabitabile, sia qui che su altri mondi lontani.

Diagramma dell'acqua
La regione blu-grigio indica l'intervallo di temperatura e pressione in cui l'acqua è nella sua forma liquida. La regione verde ombreggiata mostra nella misura in cui la vita sulla Terra è popolata spazio parametrico di acqua liquida. Immagine di credito: Jones & Lineweaver / Australian National University
Per quantificare ciò che costituisce l'acqua abitabile, Jones e Lineweaver, hanno tracciato un diagramma delle condizioni di pressione e temperatura dell'acqua. "Questo è un modo molto naturale di parametrizzare ogni pianeta", dice Jones.

Solo circa il 3,5% del volume della Terra ha la giusta temperatura e pressione per mantenere l'acqua allo stato liquido. E di questa regione, solo il 12% contiene la vita. Immagine di credito: Jones & Lineweaver / Università Nazionale Australiana
Anche se noi solitamente pensiamo che l'acqua liquida esiste tra zero e 100 gradi Celsius, questo è vero solo per l'acqua pura alla pressione atmosferica al livello del mare (circa 14.7 libbre per pollice quadrato o di 1014 millibar). Se è presente il sale, per esempio, il punto di congelamento scende sotto già sotto gli zero gradi e il punto di ebollizione sale oltre i 100 gradi. Ad alte pressioni, l'acqua rimane liquida sopra i 100 gradi Celsius. In realtà, gli autori stimano che l'acqua liquida può esistere per una profondità massima di 75 km sotto la superficie terrestre, dove la temperatura è superiore a 400 gradi centigradi e la pressione è di 30.000 volte superiore a quella in superficie.
Ma è possibile che esista la vita in questo tipo di acqua? Probabilmente no. La temperatura più alta conosciuta per sostenere la vita è di 121 gradi Celsius. Alcuni biologi ritengono che gli organismi potrebbero sopravvivere a temperature ancora più elevate, ma non ci sono prove in merito.

Le condizioni sulla Terra non consentono all'acqua liquida di esistere sotto una profondità di circa 75 km e quindi, quel che resta è soltanto un sottile guscio esterno. Fuori del volume, tutta la Terra, soltanto il 3,3% dell'acqua possiede le condizioni giuste esistere allo stato liquido, mentre solo lo 0,2% può ospitare la vita [credito: Jones & Lineweaver / Australian National University]
Jones e Lineweaver assumono l'attuale limite di 122 gradi centigradi come limite di temperatura per l'acqua abitabile. All'altra estremità del termometro, l'acqua allo stato liquido può essere trovato sulla Terra a -89 gradi in film sottili. Tuttavia, la temperatura dell'acqua più fredda capace di sostenere la vita attiva è di -20 gradi, che è ciò che i ricercatori prendono come loro limite abitabile inferiore.
I ricercatori hanno anche esaminato i limiti di pressione. La vita è stata trovata fino a 5,3 km sotto la superficie, dove la pressione è di 1500 volte superiore a quella in superficie. Se questa è veramente la più alta pressione per l'acqua abitabile, bisognerà accertarlo, perchè nessuno ha ancora scavato oltre in cerca di vita.
Quanto alla bassa pressione, la vita è stata trovata in alto nell'atmosfera dove l'aria è sottile, grazie alla presenza di microrganismi volatili. Gli autori quindi assumono il limite di bassa pressione per la vita quello di un terzo della pressione atmosferica, che corrisponde alla quota nella parte superiore di mt. Everest.
Limiti della biosfera
Secondo questi limiti appena posti, la vita sul nostro pianeta è limitata a un guscio sottile che si estende da circa 10 km sopra la superficie e va fino a 5 km sotto terra (o fino a una profondità di 10 chilometri nel mare). Questo lascia disabitato l'88% del volume in cui esiste l'acqua sulla Terra.

Questo microrganismo, chiamato "Strain 121," è un Archaea che sopravvive in acqua a 121 gradi Celsius, che è la temperatura più alta conosciuta per una essere vivente. Credit immagine: Derek Lovley, U. Messa., Amherst
"Questo dimostra che la vita e l'acqua non sono equivalenti e può pertanto esistere l'liquida ostile alla vita".
Quasi tutta l'acqua liquida della Terra si trova in regioni abitabili. Il punto è che solo una piccola frazione di questa acqua è cordiale alla vita.
"Tutto ciò sembra sorprendente e sembra suggerire che la strategia di 'seguire l'acqua' ha bisogno di essere rivista" afferma Chris McKay della NASA Ames Research Center.
Ma egli anche che che questo sia un po fuorviante. L'unico fattore veramente limitante in questa analisi è l'osservazione che la vita apparentemente non può sopravvivere oltre i 122 gradi Celsius.
"Nessuno degli altri mondi, eccetto Venere, hanno temperature di superficie abbastanza calde per rendere questo limite pertinenti", dice McKay. Tuttavia, le temperature più calde si trovano sotto la superficie. Marte, per esempio, può essere troppo freddo per l'acqua liquida sulla sua superficie, ma non vi è ragione di credere che ci sia acqua liquida sotterranea . Jones e Lineweaver stanno attualmente esaminando la crosta, il mantello e il nucleo di Marte utilizzando le stime del flusso di calore per la costruzione di un diagramma marziano dell'acqua, come quello che hanno fatto con la Terra. I risultati mostrano a quale profondità l'acqua è potenzialmente abitabile (come definito dallo studio in corso) su Marte.

Un modello interno di Europa (la luna di Giove), con l'ipotesi che abbia oceano interno globale che sarebbe 10 volte più profondo di qualsiasi oceano sulla Terra, e conterrà il doppio di acqua rispetto agli oceani della Terra e dei fiumi messi insieme. Credit: NASA / JPL
Questa sorta di "analisi abitabile dell'acqua" potrebbe essere utilizzata anche per gli oceani liquidi che si pensa si trovano sotto la crosta ghiacciata della luna di Giove Europa e la luna di Saturno Encelado. Potrebbe inoltre contribuire a caratterizzare un diagramma di fase anche per gli esopianeti, mostrando dove concentrare la nostra ricerca di vita", ha detto Jones.
Fonte: http://nemsisprojectresearch.blogspot.com/2010/05/esobiologia-studio-sulla-presenza-di.html

"Cerchiamo l'acqua calda o forse l'acqua fredda?" si chiede Eriita Jones della Australian National University, principale autore dello studio che appare sull'ultimo numero della rivista Astrobiologia.
Il principio guida nella nostra ricerca in corso per la biologia aliena è "seguire l'acqua". Ma la nuova ricerca suggerisce questo obiettivo deve essere affinato e da solo non è sufficiente.
Sulla Terra, sappiamo che la vita può esistere ad una vasta gamma di temperature e pressioni, eppure vi sono luoghi in cui non è stata trovata. Jones e il suo collega Carlo Lineweaver hanno condotto un'indagine globale per capire fino a che punto è presente la vita nel "territorio d'acqua" sulla Terra.
I loro risultati indicano che solo il 12% del volume di acqua liquida della Terra ospita la vita. Per quanto riguarda il resto di questo volume, la vita non ha mai trovato il modo di adattarsi, pur avendo avuto diversi miliardi di anni di evoluzione per poterlo fare.
Questo può significare che qualche frazione di acqua liquida è strettamente inabitabile, sia qui che su altri mondi lontani.

Diagramma dell'acqua
La regione blu-grigio indica l'intervallo di temperatura e pressione in cui l'acqua è nella sua forma liquida. La regione verde ombreggiata mostra nella misura in cui la vita sulla Terra è popolata spazio parametrico di acqua liquida. Immagine di credito: Jones & Lineweaver / Australian National University
Per quantificare ciò che costituisce l'acqua abitabile, Jones e Lineweaver, hanno tracciato un diagramma delle condizioni di pressione e temperatura dell'acqua. "Questo è un modo molto naturale di parametrizzare ogni pianeta", dice Jones.

Solo circa il 3,5% del volume della Terra ha la giusta temperatura e pressione per mantenere l'acqua allo stato liquido. E di questa regione, solo il 12% contiene la vita. Immagine di credito: Jones & Lineweaver / Università Nazionale Australiana
Anche se noi solitamente pensiamo che l'acqua liquida esiste tra zero e 100 gradi Celsius, questo è vero solo per l'acqua pura alla pressione atmosferica al livello del mare (circa 14.7 libbre per pollice quadrato o di 1014 millibar). Se è presente il sale, per esempio, il punto di congelamento scende sotto già sotto gli zero gradi e il punto di ebollizione sale oltre i 100 gradi. Ad alte pressioni, l'acqua rimane liquida sopra i 100 gradi Celsius. In realtà, gli autori stimano che l'acqua liquida può esistere per una profondità massima di 75 km sotto la superficie terrestre, dove la temperatura è superiore a 400 gradi centigradi e la pressione è di 30.000 volte superiore a quella in superficie.
Ma è possibile che esista la vita in questo tipo di acqua? Probabilmente no. La temperatura più alta conosciuta per sostenere la vita è di 121 gradi Celsius. Alcuni biologi ritengono che gli organismi potrebbero sopravvivere a temperature ancora più elevate, ma non ci sono prove in merito.

Le condizioni sulla Terra non consentono all'acqua liquida di esistere sotto una profondità di circa 75 km e quindi, quel che resta è soltanto un sottile guscio esterno. Fuori del volume, tutta la Terra, soltanto il 3,3% dell'acqua possiede le condizioni giuste esistere allo stato liquido, mentre solo lo 0,2% può ospitare la vita [credito: Jones & Lineweaver / Australian National University]
Jones e Lineweaver assumono l'attuale limite di 122 gradi centigradi come limite di temperatura per l'acqua abitabile. All'altra estremità del termometro, l'acqua allo stato liquido può essere trovato sulla Terra a -89 gradi in film sottili. Tuttavia, la temperatura dell'acqua più fredda capace di sostenere la vita attiva è di -20 gradi, che è ciò che i ricercatori prendono come loro limite abitabile inferiore.
I ricercatori hanno anche esaminato i limiti di pressione. La vita è stata trovata fino a 5,3 km sotto la superficie, dove la pressione è di 1500 volte superiore a quella in superficie. Se questa è veramente la più alta pressione per l'acqua abitabile, bisognerà accertarlo, perchè nessuno ha ancora scavato oltre in cerca di vita.
Quanto alla bassa pressione, la vita è stata trovata in alto nell'atmosfera dove l'aria è sottile, grazie alla presenza di microrganismi volatili. Gli autori quindi assumono il limite di bassa pressione per la vita quello di un terzo della pressione atmosferica, che corrisponde alla quota nella parte superiore di mt. Everest.
Limiti della biosfera
Secondo questi limiti appena posti, la vita sul nostro pianeta è limitata a un guscio sottile che si estende da circa 10 km sopra la superficie e va fino a 5 km sotto terra (o fino a una profondità di 10 chilometri nel mare). Questo lascia disabitato l'88% del volume in cui esiste l'acqua sulla Terra.

Questo microrganismo, chiamato "Strain 121," è un Archaea che sopravvive in acqua a 121 gradi Celsius, che è la temperatura più alta conosciuta per una essere vivente. Credit immagine: Derek Lovley, U. Messa., Amherst
"Questo dimostra che la vita e l'acqua non sono equivalenti e può pertanto esistere l'liquida ostile alla vita".
Quasi tutta l'acqua liquida della Terra si trova in regioni abitabili. Il punto è che solo una piccola frazione di questa acqua è cordiale alla vita.
"Tutto ciò sembra sorprendente e sembra suggerire che la strategia di 'seguire l'acqua' ha bisogno di essere rivista" afferma Chris McKay della NASA Ames Research Center.
Ma egli anche che che questo sia un po fuorviante. L'unico fattore veramente limitante in questa analisi è l'osservazione che la vita apparentemente non può sopravvivere oltre i 122 gradi Celsius.
"Nessuno degli altri mondi, eccetto Venere, hanno temperature di superficie abbastanza calde per rendere questo limite pertinenti", dice McKay. Tuttavia, le temperature più calde si trovano sotto la superficie. Marte, per esempio, può essere troppo freddo per l'acqua liquida sulla sua superficie, ma non vi è ragione di credere che ci sia acqua liquida sotterranea . Jones e Lineweaver stanno attualmente esaminando la crosta, il mantello e il nucleo di Marte utilizzando le stime del flusso di calore per la costruzione di un diagramma marziano dell'acqua, come quello che hanno fatto con la Terra. I risultati mostrano a quale profondità l'acqua è potenzialmente abitabile (come definito dallo studio in corso) su Marte.

Un modello interno di Europa (la luna di Giove), con l'ipotesi che abbia oceano interno globale che sarebbe 10 volte più profondo di qualsiasi oceano sulla Terra, e conterrà il doppio di acqua rispetto agli oceani della Terra e dei fiumi messi insieme. Credit: NASA / JPL
Questa sorta di "analisi abitabile dell'acqua" potrebbe essere utilizzata anche per gli oceani liquidi che si pensa si trovano sotto la crosta ghiacciata della luna di Giove Europa e la luna di Saturno Encelado. Potrebbe inoltre contribuire a caratterizzare un diagramma di fase anche per gli esopianeti, mostrando dove concentrare la nostra ricerca di vita", ha detto Jones.
Fonte: http://nemsisprojectresearch.blogspot.com/2010/05/esobiologia-studio-sulla-presenza-di.html
Etichette:
articoli,
esobiologia,
news,
scienze,
vita extraterrestre
mercoledì 5 maggio 2010
Martin Rees, uno dei più grandi astronomi del mondo: "più facile scoprire forme di vita aliena" (news)
La possibilita' di scoprire forme di vita aliena e' maggiore di quanto si immagini: ne e' convinto l'astronomo reale britannico, Lord Martin Rees, presidente della Royal Society, che oggi a Londra ha aperto il convegno sulla ricerca della vita extraterrestre e le sue conseguenze nella societa'.

Tra i partecipanti, il fondatore del programma Seti, per la ricerca della vita extraterrestre.
Scoprire che altri pianeti sono abitati "potrebbe cambiare il nostro modo di considerare noi stessi e il nostro posto nel cosmo", ha affermato Lord Rees, citato nel sito web della Bbc.
Nonostante la "caccia" a E.t. sia cominciata almeno 50 anni fa senza nessun progresso, il capo degli astronomi britannici ritiene che adesso le condizioni per una simile scoperta siano indubbiamente migliori:"La tecnologia e' avanzata al punto che per la prima volta possiamo concretamente avere la speranza di individuare pianeti non piu' grandi della Terra in orbita attorno ad altre stelle".
Una volta scoperti questi pianeti "gemelli" della Terra, "saremo in grado di scoprire se hanno continenti e oceani, e quale tipo di atmosfera", ha detto ancora l'astronomo reale. Ci vorra' del tempo per capire anche se questi pianeti sono abitati ma, ha rilevato, "sara' un grandissimo progresso essere in grado di avere le immagini di un altro pianeta simile alla Terra".
Ad alimentare l'ottimismo di Rees sono i telescopi spaziali di nuova generazione, progettati per scoprire pianeti simili alla Terra, finora davvero difficili da individuare per le loro piccole dimensioni. Sono piu' di 300 i pianeti esterni al Sistema Solare scoperti finora, e praticamente tutti sono giganti delle dimensioni di Giove.
"Trovare la vita, anche nelle sue forme piu' semplici, sara' una delle piu' grandi scoperte del 21/o secolo", ha detto ancora Rees. "Sospetto - ha aggiunto - che fuori dalla Terra potrebbero esserci forme di vita e di intelligenza che non possiamo nemmeno concepire" e "potrebbero esserci - ha concluso - forme di intelligenza che superiori a quelle umane tanto quanto l'intelligenza umana e' superiore a quella dello scimpanze"'.
Fonte: http://www.altrogiornale.org/news.php

Tra i partecipanti, il fondatore del programma Seti, per la ricerca della vita extraterrestre.
Scoprire che altri pianeti sono abitati "potrebbe cambiare il nostro modo di considerare noi stessi e il nostro posto nel cosmo", ha affermato Lord Rees, citato nel sito web della Bbc.
Nonostante la "caccia" a E.t. sia cominciata almeno 50 anni fa senza nessun progresso, il capo degli astronomi britannici ritiene che adesso le condizioni per una simile scoperta siano indubbiamente migliori:"La tecnologia e' avanzata al punto che per la prima volta possiamo concretamente avere la speranza di individuare pianeti non piu' grandi della Terra in orbita attorno ad altre stelle".
Una volta scoperti questi pianeti "gemelli" della Terra, "saremo in grado di scoprire se hanno continenti e oceani, e quale tipo di atmosfera", ha detto ancora l'astronomo reale. Ci vorra' del tempo per capire anche se questi pianeti sono abitati ma, ha rilevato, "sara' un grandissimo progresso essere in grado di avere le immagini di un altro pianeta simile alla Terra".
Ad alimentare l'ottimismo di Rees sono i telescopi spaziali di nuova generazione, progettati per scoprire pianeti simili alla Terra, finora davvero difficili da individuare per le loro piccole dimensioni. Sono piu' di 300 i pianeti esterni al Sistema Solare scoperti finora, e praticamente tutti sono giganti delle dimensioni di Giove.
"Trovare la vita, anche nelle sue forme piu' semplici, sara' una delle piu' grandi scoperte del 21/o secolo", ha detto ancora Rees. "Sospetto - ha aggiunto - che fuori dalla Terra potrebbero esserci forme di vita e di intelligenza che non possiamo nemmeno concepire" e "potrebbero esserci - ha concluso - forme di intelligenza che superiori a quelle umane tanto quanto l'intelligenza umana e' superiore a quella dello scimpanze"'.
Fonte: http://www.altrogiornale.org/news.php
Etichette:
astronomia,
civiltà extraterrestri,
esobiologia,
news,
Personaggi
lunedì 3 maggio 2010
I marziani esistono: sono alghe fossili (news)
Una pellicola di ghiaccio d’acqua misto a una serie di «mattoni della vita», come alcuni composti organici, avvolge 24 Themis, uno dei più grandi asteroidi che si trovano nella fascia compresa fra Marte e Giove. La scoperta, pubblicata su «Nature», rafforza l’ipotesi che gli asteroidi potrebbero aver portato acqua e materiali organici sulla Terra e che potrebbero essere stati loro a dare «il calcio d’inizio» alla vita sul nostro pianeta. A rivelare per la prima volta la presenza di acqua e molecole organiche su un asteroide sono arrivati due gruppi di ricerca Usa delle università Johns Hopkins e della Florida Centrale.

Su Marte vi sono fossili di alghe di acque stagnanti contenuti nel gesso proprio come ne sono stati ritrovati sul letto del Mar Mediterraneo, risalenti a circa sei milioni di anni fa. A svelare l’esistenza sul Pianeta Rosso di quella è considerata la più tradizionale prova di esistenza di forme di vita sono stati i «rover» della Nasa, Opportunity e Spirit, che dal 4 gennaio 2004 si trovano su Marte, durante una recente missione per verificare le prove della presenza di solfati.
A dare l’annuncio è stato William Schopf, direttore del Centro di studi sull’origine della vita all’Università di California a Los Angeles: «I fossili trovati nel gesso includono organismi molto simili a quelli che si trovano nei nostri oceani, come il phytoplankton, i cyanobatteri». E la sorpresa è doppia, tenendo presente che «fino a questo momento nessuno aveva preso in considerazione l’ipotesi che il gesso potesse contenere forme di vita».
Per la comunità scientifica è un risultato che va oltre le più ottimistiche previsioni. «La Nasa si è spinta in avanti come mai prima nel raccogliere prove sull’esistenza di forme di vita su Marte» commenta Jack Farmer, ricercatore dell’Arizona State University a Tempe, dicendosi «ottimista» su possibili nuovi spettacolari passi in avanti. Schopf rende omaggio all’opera dei mini-robot a energia solare che la Nasa lanciò in orbita il 10 giugno 2003: «Dobbiamo ringraziarli per averci fatto sapere, trasmettendo immagini molto chiare, che su Marte vi sono aree molto vaste coperte di diversi tipi di solfati, incluso il gesso, che comprendono fossili di alghe di acque stagnanti». Steve Squyres, capo degli aspetti scientifici della missione dei rover, precisa che «il gesso è composto di solfato di calcio ed è stato ritrovato in una immensa regione di Marte denominata Meridiani Planum».
A suo avviso, presto le sorprese potrebbero moltiplicarsi, perché c’è anche un’altra novità: «Abbiamo riscontrato la presenza di metano nell’atmosfera e ciò pone la reale eventualità che vi siano ancora oggi forme di vita», in quanto «il metano è una molecola che dovrebbe estinguersi molto velocente e, se questo non avviene, è legittimo chiedersi se la fonte sia biologica».
Riguardo alla scoperta dei «rover» la tesi di Squyres è che per essere del tutto certi della sua validità «bisognerebbe riuscire a portare delle pietre marziane sulla Terra». La Nasa ha già pianificato almeno 30 missioni destinate a cercare prove di vita nello spazio, inclusa una per portare sulla Terra pietre marziane attraverso tre navette in sei anni.
E’ Squyres a spiegare il progetto: «La prima dovrà prendere le pietre e parcheggiarle in un posto sicuro su Marte, la seconda prenderle a bordo, decollare e posizionarsi in un’orbita predefinita, dove la terza arriverà per portarle sulla Terra come se fosse un aereo-cargo». E’ lo stesso Squyres ad ammettere tuttavia che si tratta di «un progetto di difficoltà infernale», «ma la posta in palio potrebbe essere più alta». La Nasa ha in serbo missioni anche per esplorare gli oceani sotterranei di Europa, luna di Giove, e dei vulcani di ghiaccio su Enceladus, luna di Saturno. Proprio nell’ambito di queste missioni lo scorso novembre la Nasa ha lanciato il telescopio «Kepler» per poter identificare nella nostra galassia la presenza di pianeti con dimensioni simili alla Terra.
Fonte: http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/202772/

Su Marte vi sono fossili di alghe di acque stagnanti contenuti nel gesso proprio come ne sono stati ritrovati sul letto del Mar Mediterraneo, risalenti a circa sei milioni di anni fa. A svelare l’esistenza sul Pianeta Rosso di quella è considerata la più tradizionale prova di esistenza di forme di vita sono stati i «rover» della Nasa, Opportunity e Spirit, che dal 4 gennaio 2004 si trovano su Marte, durante una recente missione per verificare le prove della presenza di solfati.
A dare l’annuncio è stato William Schopf, direttore del Centro di studi sull’origine della vita all’Università di California a Los Angeles: «I fossili trovati nel gesso includono organismi molto simili a quelli che si trovano nei nostri oceani, come il phytoplankton, i cyanobatteri». E la sorpresa è doppia, tenendo presente che «fino a questo momento nessuno aveva preso in considerazione l’ipotesi che il gesso potesse contenere forme di vita».
Per la comunità scientifica è un risultato che va oltre le più ottimistiche previsioni. «La Nasa si è spinta in avanti come mai prima nel raccogliere prove sull’esistenza di forme di vita su Marte» commenta Jack Farmer, ricercatore dell’Arizona State University a Tempe, dicendosi «ottimista» su possibili nuovi spettacolari passi in avanti. Schopf rende omaggio all’opera dei mini-robot a energia solare che la Nasa lanciò in orbita il 10 giugno 2003: «Dobbiamo ringraziarli per averci fatto sapere, trasmettendo immagini molto chiare, che su Marte vi sono aree molto vaste coperte di diversi tipi di solfati, incluso il gesso, che comprendono fossili di alghe di acque stagnanti». Steve Squyres, capo degli aspetti scientifici della missione dei rover, precisa che «il gesso è composto di solfato di calcio ed è stato ritrovato in una immensa regione di Marte denominata Meridiani Planum».
A suo avviso, presto le sorprese potrebbero moltiplicarsi, perché c’è anche un’altra novità: «Abbiamo riscontrato la presenza di metano nell’atmosfera e ciò pone la reale eventualità che vi siano ancora oggi forme di vita», in quanto «il metano è una molecola che dovrebbe estinguersi molto velocente e, se questo non avviene, è legittimo chiedersi se la fonte sia biologica».
Riguardo alla scoperta dei «rover» la tesi di Squyres è che per essere del tutto certi della sua validità «bisognerebbe riuscire a portare delle pietre marziane sulla Terra». La Nasa ha già pianificato almeno 30 missioni destinate a cercare prove di vita nello spazio, inclusa una per portare sulla Terra pietre marziane attraverso tre navette in sei anni.
E’ Squyres a spiegare il progetto: «La prima dovrà prendere le pietre e parcheggiarle in un posto sicuro su Marte, la seconda prenderle a bordo, decollare e posizionarsi in un’orbita predefinita, dove la terza arriverà per portarle sulla Terra come se fosse un aereo-cargo». E’ lo stesso Squyres ad ammettere tuttavia che si tratta di «un progetto di difficoltà infernale», «ma la posta in palio potrebbe essere più alta». La Nasa ha in serbo missioni anche per esplorare gli oceani sotterranei di Europa, luna di Giove, e dei vulcani di ghiaccio su Enceladus, luna di Saturno. Proprio nell’ambito di queste missioni lo scorso novembre la Nasa ha lanciato il telescopio «Kepler» per poter identificare nella nostra galassia la presenza di pianeti con dimensioni simili alla Terra.
Fonte: http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/202772/
Etichette:
esobiologia,
marte,
Nasa
lunedì 12 aprile 2010
Saturno: microbi “alieni” sulla luna Titano
Microbi dall’odore insopportabile e assetati di metano, per loro indispensabile come l’acqua per gli organismi terrestri: potrebbe essere la forma di vita che popola la più grande luna di Saturno, Titano. E’ l’ipotesi che l’astrobiologo William Bains presenterà martedì 13 aprile in Scozia, a Glasgow, nel convegno britannico di Astronomia.

“La vita ha bisogno di liquidi, tanto che perfino le piante dei deserti più aridi della Terra hanno bisogno di acqua per far lavorare il loro metabolismo. Perciò se su Titano ci sono forme di vita, queste devono basarsi sul metano liquido e non sull’acqua. Ciò significa che l’intera chimica è radicalmente diversa”, osserva Bains. Biochimico di formazione, con studi compiuti fra l’università britannica di Oxford e quella americana di Stanford, Bains ha condotto questa ricerca grazie a finanziamenti dell’organizzazione britannica Rufus Scientific e dallo statunitense Massachusetts Institute of Technology (Mit).
L’ipotesi di Bains aggiunge nuovo fascino a Titano, che nelle immagini inviate dalla sonda europea Huygens nel gennaio 2005 aveva stupito con il suo paesaggio di monti, fiumi e laghi di metano. Due volte più grande della nostra Luna e con una atmosfera opaca, arancione e ghiacciata, é lontanissimo dal Sole (10 volte in più rispetto alla Terra). E’ freddissimo, con una temperatura di superficie di -180 gradi e l’acqua ghiacciata. Gli unici liquidi sono metano ed etano.
Esperto di biochimica in ambienti estremi, Bains é arrivato a descrivere i microrganismi che potrebbero vivere su Titano partendo dalle molecole compatibili con un metabolismo dipendente dal metano. Molecole del genere, spiega, “devono basarsi su una varietà di elementi più vasta rispetto a quella delle molecole terrestri. Dovrebbero anche essere molecole più piccole e più reattive chimicamente”. Per essere solubili nel metano liquido non devono avere più di 6 atomi (contro i 10 delle molecole terrestri). La rosa delle possibilità si è così ristretta a circa 3.400 molecole, fra cui carbonio, azoto, ossigeno, zolfhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo e fosforo. E’ stata una selezione non banale: “é stato come cercare poche assi per costruire un tavolo in un gigantesco deposito di legname”. Inoltre, aggiunge Bains, “bisogna considerare diversi tipi di legami e che gli elementi possono assumere forme instabili e insolite sulla Terra”.
L’energia, secondo Bains, è un altro fattore che potrebbe influenzare la vita su Titano. Con una luce solare pari al 10% di quella che arriva sulla Terra, l’energia su Titano è una risorsa preziosa. “Possiamo immaginare organismi che crescono molto lentamente, come i licheni, mentre i Velociraptor dovrebbero essere decisamente esclusi”.
“Alieni come questi potrebbero dare filo da torcere a Hollywood”, osserva Bains. “Uno solo di questi organismi a bordo dell’astronave Enterprise potrebbe esplodere e incendiarsi, sprigionando fumi capaci di uccidere l’intero equipaggio. Avrebbero anche un odore orribile. Ma io penso che tutto questo sia interessante: non sarebbe triste se gli organismi alieni presenti nella galassia fossero esattamente come noi, invece che blu e con la coda?”.
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/04/11/visualizza_new.html_1761563993.html

“La vita ha bisogno di liquidi, tanto che perfino le piante dei deserti più aridi della Terra hanno bisogno di acqua per far lavorare il loro metabolismo. Perciò se su Titano ci sono forme di vita, queste devono basarsi sul metano liquido e non sull’acqua. Ciò significa che l’intera chimica è radicalmente diversa”, osserva Bains. Biochimico di formazione, con studi compiuti fra l’università britannica di Oxford e quella americana di Stanford, Bains ha condotto questa ricerca grazie a finanziamenti dell’organizzazione britannica Rufus Scientific e dallo statunitense Massachusetts Institute of Technology (Mit).
L’ipotesi di Bains aggiunge nuovo fascino a Titano, che nelle immagini inviate dalla sonda europea Huygens nel gennaio 2005 aveva stupito con il suo paesaggio di monti, fiumi e laghi di metano. Due volte più grande della nostra Luna e con una atmosfera opaca, arancione e ghiacciata, é lontanissimo dal Sole (10 volte in più rispetto alla Terra). E’ freddissimo, con una temperatura di superficie di -180 gradi e l’acqua ghiacciata. Gli unici liquidi sono metano ed etano.
Esperto di biochimica in ambienti estremi, Bains é arrivato a descrivere i microrganismi che potrebbero vivere su Titano partendo dalle molecole compatibili con un metabolismo dipendente dal metano. Molecole del genere, spiega, “devono basarsi su una varietà di elementi più vasta rispetto a quella delle molecole terrestri. Dovrebbero anche essere molecole più piccole e più reattive chimicamente”. Per essere solubili nel metano liquido non devono avere più di 6 atomi (contro i 10 delle molecole terrestri). La rosa delle possibilità si è così ristretta a circa 3.400 molecole, fra cui carbonio, azoto, ossigeno, zolfhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo e fosforo. E’ stata una selezione non banale: “é stato come cercare poche assi per costruire un tavolo in un gigantesco deposito di legname”. Inoltre, aggiunge Bains, “bisogna considerare diversi tipi di legami e che gli elementi possono assumere forme instabili e insolite sulla Terra”.
L’energia, secondo Bains, è un altro fattore che potrebbe influenzare la vita su Titano. Con una luce solare pari al 10% di quella che arriva sulla Terra, l’energia su Titano è una risorsa preziosa. “Possiamo immaginare organismi che crescono molto lentamente, come i licheni, mentre i Velociraptor dovrebbero essere decisamente esclusi”.
“Alieni come questi potrebbero dare filo da torcere a Hollywood”, osserva Bains. “Uno solo di questi organismi a bordo dell’astronave Enterprise potrebbe esplodere e incendiarsi, sprigionando fumi capaci di uccidere l’intero equipaggio. Avrebbero anche un odore orribile. Ma io penso che tutto questo sia interessante: non sarebbe triste se gli organismi alieni presenti nella galassia fossero esattamente come noi, invece che blu e con la coda?”.
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/04/11/visualizza_new.html_1761563993.html
Etichette:
esobiologia,
Scienza,
Universo
martedì 30 marzo 2010
Michio Kaku e la fisica dell’impossibile
Viaggi nel tempo, nello spazio ed in dimensioni parallele; correre lungo le linee gravitazionali, curvando lo spazio a piacimento ed utilizzando come fonte di energia le emissioni delle stelle; dominare gli elementi non solo del nostro pianeta di origine, ma piegare a piacere le leggi della fisica conosciuta.
Tutto questo è ciò che Michio Kaku descrive nella sua “fisica dell’ impossibile”, in particolare quando parla di una civiltà di Tipo 3, un livello di sviluppo ben lontano dal nostro, di Tipo 0.
Ma chi è Michio Kaku? Il solito sprovveduto che parla senza aver il minimo background, o una mosca bianca nel panorama della ricerca scientifica? Generalmente diffido da chi compare troppo spesso in televisione o cerca di fare del marketing per vendere libri o teorie prive di una solida base scientifica, ma alcune delle idee che Michio Kaku racconta nei suoi scritti e nelle sue interviste sono spesso basate sul lavoro di veri e propri pionieri della scienza e su decenni interi di ricerca.

Michio Kaku è un fisico teorico nippo-americano specializzato nello studio della teoria delle stringhe. Se lo si ascoltasse per qualche minuto si capirebbe subito che, con il suo modo di parlare, cerca di rendere il mondo complesso e spesso incomprensibile della fisica teorica il più semplice possibile, per raggiungere il più ampio ventaglio di ascoltatori e rendere alla portata di tutti concetti spiegabili e dimostrabili con complicate formule matematiche.
Il suo mentore è stato Edward Teller, noto nella storia come “il padre della bomba all’idrogeno” e per aver partecipato attivamente al programma nucleare americano come membro del Progetto Manhattan.
Michio Kaku si è laureato in fisica “summa cum laude” ad Harvard, primo fra tutti nella classe di fisica. Ha gestito il Berkeley Radiation Laboratory, ottenendo il titolo di “Doctor of Philosophy”. Ha scritto un importante capitolo della teoria delle stringhe, ed è attivamente coinvolto nella ricerca sulla “Teoria del Tutto”.
Al suo attivo ha oltre 170 articoli sulla fisica teorica (superstringhe, supersimmetria, supergravità), 12 libri tra i quali il best-seller “Fisica dell’Impossibile”, diverse trasmissioni televisive e radiofoniche sulla scienza e sul futuro dell’ umanità.
Michio Kaku è incredibilmente bravo nel rendere semplici alcuni concetti estremamente complicati. Specialmente quando si tratta di spiegare il futuro dell’ umanità secondo il suo punto di vista.
Secondo Kaku, l’umanità è destinata ad evolversi o a scomparire, seguendo un modello di sviluppo che ci porterebbe verso l’espansione nello spazio, o verso una tragica fine senza alcuna menzione nella storia della nostra galassia.
Quando Kaku parla di livelli di civiltà si riferisce essenzialmente allo sviluppo energetico. Anche se accenna a discorsi come lingue globali, culture universali e via dicendo, secondo lui la distinzione netta che si può fare tra diversi livelli di civiltà è l’osservazione delle fonti di energia che vengono sfruttate per la sopravvivenza della civiltà stessa.
Abbiamo così 4 livelli di base di civiltà:
- Civiltà di Tipo 0: siamo noi, esseri umani, ma potrebbe esserlo una qualunque altra civiltà che abbia raggiunto il nostro livello tecnologico o che sia diversi passi indietro rispetto all’essere umano. La civiltà di Tipo 0 si caratterizza essenzialmente per il fatto di essere frammentaria nella sua cultura, e per l’utilizzo di fonti di energia esauribili e scarsamente efficienti come i combustibili fossili. Una civiltà di Tipo 0 ha raggiunto capacità di esplorazione dello spazio limitate.
- Tipo 1: una civiltà di Tipo 1 è, secondo Kaku, il futuro prossimo dell’umanità. Secondo il fisico, siamo al livello di transizione tra Tipo 0 e Tipo 1: cultura sempre più globale, nuove fonti energetiche in via di sviluppo, e via dicendo. Una civiltà di Tipo 1 ha il controllo di tutti gli elementi del proprio pianeta di origine: è in grado di controllarne il clima, sfruttarne le risorse energetiche in maniera efficace senza tuttavia portare all’esaurimento le risorse disponibili. Una civiltà di Tipo 1 è inoltre in grado di far viaggiare individui nello spazio superando distanze di minuti, ore o addirittura giorni-luce senza dover impiegare anni per il raggiungimento di una meta interplanetaria.
- Tipo 2: il vero salto di qualità. Secondo Kaku, una civiltà di tipo 2 è virtualmente immortale, sia per quanto riguarda l’individuo che per quanto riguarda l’insieme. C’è un problema sul pianeta di origine? Lo si risolve senza troppi problemi, anche se significasse spostare il pianeta dalla propria orbita. Problemi di natura energetica? Non esistono in una civiltà di tipo 2: questo tipo di evoluzione consentirebbe di estrarre energia direttamente dagli astri, sfruttare in modo efficace l’antimateria, esplorare diversi sistemi solari senza problemi di tempo o di distanze.
- Tipo 3: l’evoluzione del tipo 2 è una civiltà che ha il dominio di tutte le leggi della fisica, e di conseguenza il controllo sullo spazio e sull’energia prodotta da migliaia, se non milioni di stelle. Esplora la galassia senza problemi, visita pianeti sfruttando intelligenze robotiche e macchine di Von Neumann, può eseguire viaggi di migliaia di anni luce nello stesso tempo che impieghiamo noi per arrivare sulla Luna.
Se tutto questo sembra fantascienza, per Michio Kaku non lo è affatto, è solo la visione di un futuro sempre più vicino. Secondo lui, molti di questi processi sono già stati scritti a livello teorico nella fisica, mancano solo i meccanismi pratici per metterli in atto.
Sappiamo ad esempio che l’antimateria potrebbe fornirci energia pressochè illimitata ed ultra-efficiente, in grado di farci viaggiare nello spazio a velocità impensabili, ma ora come ora riusciamo a produrne solo qualche miliardesimo di grammo attraverso i più potenti acceleratori di particelle al mondo, niente che possa avere un utilizzo pratico.
Michio Kaku inoltre non esclude la possibilità che, attorno al nostro Sistema Solare, fioriscano civiltà di tipo 0-1-2-3 senza che ce ne rendiamo conto.
Un esempio potrebbe essere il seguente:
- Tipo 0: potrebbero esserci migliaia di civiltà di tipo 0 nella sola Via Lattea. Che siano alla scoperta del fuoco o alla creazione del transistor poco importa, le possibilità di intercettare messaggi dallo spazio emessi da civiltà di livello superiore sono pressochè nulle. Le probabilità inoltre che si possa comunicare nello spazio tra due civiltà di tipo 0 sono scarsissime, in quanto utilizzano tecnologie inefficaci per le comunicazioni interplanetarie.
- Tipo 1: le civiltà di tipo 1 hanno superato la fase più critica, evolvendosi da un livello di tecnologia (tipo 0) che può portare ad un “nuovo rinascimento” come alla distruzione totale di un’intera civiltà. E’ possibile che solo una parte di civiltà di tipo 0 possano evolversi in tipo 1 invece di autodistruggersi. Le civiltà di tipo 1 inoltre hanno imparato che per inviare messaggi nello spazio il metodo più efficace è quello di spedirli lungo una gamma completa di frequenze, spezzandoli in “pacchetti” ricomposti una volta giunti a destinazione. Questo limita una civiltà di tipo 0 nell’intercettazione di messaggi: per esempio, il genere umano è in ascolto su una sola frequenza, aspettandosi un messaggio completo che probabilmente non intercetterà mai.
- Tipo 2: una volta raggiunto il tipo 1, è solo questione di tempo (e di fortuna) prima che si arrivi al tipo 2. Una società di tipo 1 può essere fermata solo da disastri di tipo cosmico o da grossolani errori di valutazione nello sfruttamento delle risorse planetarie disponibili, ma la probabilità di distruzione è comunque inferiore al tipo 0. Il tipo 2 invece è un livello di sviluppo raggiunbibile a tutte le civiltà di tipo 1, aspettando il giusto tempo per approfondire le dinamiche cosmiche. Probabilmente i metodi di comunicazione sono oltre l’utilizzo del laser, il che esclude una civiltà come la nostra, di Tipo 0, dal solo immaginare quale tecnologia utilizzino per comunicare nello spazio.
- Tipo 3: le civiltà di tipo 2, virtualmene immortali, che non hanno raggiunto il tipo 3 hanno soltanto bisogno di altro tempo per evolversi, ma il raggiungimento di questo stadio è la naturale conseguenza del viaggio interstellare e dello studio sempre più approfondito delle meccaniche celesti. Una civiltà di tipo 3, in gradi di esplorare intere galassie, utilizza metodi di comunicazione che di certo civiltà di tipo 0 e 1 non sono in grado di comprendere, e che forse civiltà di tipo 2 stanno sviluppando a livello sperimentale.
Michio Kaku non esclude inoltre che possiamo essere stati visitati, ed esserlo tutt’ora, da civiltà extraterrestri. Il problema che pone, però, è quello dello scarso interesse che una civiltà di tipo 2 o 3 possa avere nei confronti di una civiltà di tipo 0.
L’esempio che si può fare è quello di una formica in relazione con l’essere umano: che vantaggi deriverebbero all’essere umano dall’insegnare alla formica a costruire un computer? Che interesse potrebbe avere la formica nel costruire un computer quando la sua sola logica concepibile è quella di lavorare per la colonia accumulando cibo?
Allo stesso modo, che interesse potrebbero avere delle civiltà extraterrestri così evolute nel favorire la nostra evoluzione intervenendo in un processo che potrebbe farci rinascere come farci autodistruggere per la nostra incapacità di gestire quest processo di maturazione? E che interesse potrebbe avere la maggior parte del genere umano, che ha come unica preoccupazione (ben comprensibile, sia chiaro) quella di sopravvivere alle problematiche che la sua stessa specie crea di continuo?
Le “visioni” di Michio Kaku in realtà sono molto più complesse di semplici idee futuristiche: basandosi sulla fisica quantistica, sulla teoria delle stringhe e la “Teoria del Tutto”, le sue previsioni sono sia a breve che a lungo termine, e contemplano teletrasporto, invisibilità, intelligenza artificiale, viaggi spaziali, temporali ed dimensionali.
E’ altrettanto vero tuttavia che la fisica teorica è spesso molto distante dall’applicazione pratica delle sue formule, e che molti dei meccanismi che regolano il nostro universo sono ben lungi dall’essere svelati.
Leggere i suoi libri e le sue idee sul futuro dell’ umanità rimane però un’interessante viaggio ai confini di ciò che riteniamo possibile e la fantascienza, ci fanno capire che il viaggio evolutivo dell’essere umano è solo all’inizio, e che le opportunità che la fisica espone nella sua continua ricerca delle meccaniche universali sono pressochè illimitate.
Fonte: http://www.ditadifulmine.com/2010/01/michio-kaku-e-la-fisica-dell.html
Tutto questo è ciò che Michio Kaku descrive nella sua “fisica dell’ impossibile”, in particolare quando parla di una civiltà di Tipo 3, un livello di sviluppo ben lontano dal nostro, di Tipo 0.
Ma chi è Michio Kaku? Il solito sprovveduto che parla senza aver il minimo background, o una mosca bianca nel panorama della ricerca scientifica? Generalmente diffido da chi compare troppo spesso in televisione o cerca di fare del marketing per vendere libri o teorie prive di una solida base scientifica, ma alcune delle idee che Michio Kaku racconta nei suoi scritti e nelle sue interviste sono spesso basate sul lavoro di veri e propri pionieri della scienza e su decenni interi di ricerca.

Michio Kaku è un fisico teorico nippo-americano specializzato nello studio della teoria delle stringhe. Se lo si ascoltasse per qualche minuto si capirebbe subito che, con il suo modo di parlare, cerca di rendere il mondo complesso e spesso incomprensibile della fisica teorica il più semplice possibile, per raggiungere il più ampio ventaglio di ascoltatori e rendere alla portata di tutti concetti spiegabili e dimostrabili con complicate formule matematiche.
Il suo mentore è stato Edward Teller, noto nella storia come “il padre della bomba all’idrogeno” e per aver partecipato attivamente al programma nucleare americano come membro del Progetto Manhattan.
Michio Kaku si è laureato in fisica “summa cum laude” ad Harvard, primo fra tutti nella classe di fisica. Ha gestito il Berkeley Radiation Laboratory, ottenendo il titolo di “Doctor of Philosophy”. Ha scritto un importante capitolo della teoria delle stringhe, ed è attivamente coinvolto nella ricerca sulla “Teoria del Tutto”.
Al suo attivo ha oltre 170 articoli sulla fisica teorica (superstringhe, supersimmetria, supergravità), 12 libri tra i quali il best-seller “Fisica dell’Impossibile”, diverse trasmissioni televisive e radiofoniche sulla scienza e sul futuro dell’ umanità.
Michio Kaku è incredibilmente bravo nel rendere semplici alcuni concetti estremamente complicati. Specialmente quando si tratta di spiegare il futuro dell’ umanità secondo il suo punto di vista.
Secondo Kaku, l’umanità è destinata ad evolversi o a scomparire, seguendo un modello di sviluppo che ci porterebbe verso l’espansione nello spazio, o verso una tragica fine senza alcuna menzione nella storia della nostra galassia.
Quando Kaku parla di livelli di civiltà si riferisce essenzialmente allo sviluppo energetico. Anche se accenna a discorsi come lingue globali, culture universali e via dicendo, secondo lui la distinzione netta che si può fare tra diversi livelli di civiltà è l’osservazione delle fonti di energia che vengono sfruttate per la sopravvivenza della civiltà stessa.
Abbiamo così 4 livelli di base di civiltà:
- Civiltà di Tipo 0: siamo noi, esseri umani, ma potrebbe esserlo una qualunque altra civiltà che abbia raggiunto il nostro livello tecnologico o che sia diversi passi indietro rispetto all’essere umano. La civiltà di Tipo 0 si caratterizza essenzialmente per il fatto di essere frammentaria nella sua cultura, e per l’utilizzo di fonti di energia esauribili e scarsamente efficienti come i combustibili fossili. Una civiltà di Tipo 0 ha raggiunto capacità di esplorazione dello spazio limitate.
- Tipo 1: una civiltà di Tipo 1 è, secondo Kaku, il futuro prossimo dell’umanità. Secondo il fisico, siamo al livello di transizione tra Tipo 0 e Tipo 1: cultura sempre più globale, nuove fonti energetiche in via di sviluppo, e via dicendo. Una civiltà di Tipo 1 ha il controllo di tutti gli elementi del proprio pianeta di origine: è in grado di controllarne il clima, sfruttarne le risorse energetiche in maniera efficace senza tuttavia portare all’esaurimento le risorse disponibili. Una civiltà di Tipo 1 è inoltre in grado di far viaggiare individui nello spazio superando distanze di minuti, ore o addirittura giorni-luce senza dover impiegare anni per il raggiungimento di una meta interplanetaria.
- Tipo 2: il vero salto di qualità. Secondo Kaku, una civiltà di tipo 2 è virtualmente immortale, sia per quanto riguarda l’individuo che per quanto riguarda l’insieme. C’è un problema sul pianeta di origine? Lo si risolve senza troppi problemi, anche se significasse spostare il pianeta dalla propria orbita. Problemi di natura energetica? Non esistono in una civiltà di tipo 2: questo tipo di evoluzione consentirebbe di estrarre energia direttamente dagli astri, sfruttare in modo efficace l’antimateria, esplorare diversi sistemi solari senza problemi di tempo o di distanze.
- Tipo 3: l’evoluzione del tipo 2 è una civiltà che ha il dominio di tutte le leggi della fisica, e di conseguenza il controllo sullo spazio e sull’energia prodotta da migliaia, se non milioni di stelle. Esplora la galassia senza problemi, visita pianeti sfruttando intelligenze robotiche e macchine di Von Neumann, può eseguire viaggi di migliaia di anni luce nello stesso tempo che impieghiamo noi per arrivare sulla Luna.
Se tutto questo sembra fantascienza, per Michio Kaku non lo è affatto, è solo la visione di un futuro sempre più vicino. Secondo lui, molti di questi processi sono già stati scritti a livello teorico nella fisica, mancano solo i meccanismi pratici per metterli in atto.
Sappiamo ad esempio che l’antimateria potrebbe fornirci energia pressochè illimitata ed ultra-efficiente, in grado di farci viaggiare nello spazio a velocità impensabili, ma ora come ora riusciamo a produrne solo qualche miliardesimo di grammo attraverso i più potenti acceleratori di particelle al mondo, niente che possa avere un utilizzo pratico.
Michio Kaku inoltre non esclude la possibilità che, attorno al nostro Sistema Solare, fioriscano civiltà di tipo 0-1-2-3 senza che ce ne rendiamo conto.
Un esempio potrebbe essere il seguente:
- Tipo 0: potrebbero esserci migliaia di civiltà di tipo 0 nella sola Via Lattea. Che siano alla scoperta del fuoco o alla creazione del transistor poco importa, le possibilità di intercettare messaggi dallo spazio emessi da civiltà di livello superiore sono pressochè nulle. Le probabilità inoltre che si possa comunicare nello spazio tra due civiltà di tipo 0 sono scarsissime, in quanto utilizzano tecnologie inefficaci per le comunicazioni interplanetarie.
- Tipo 1: le civiltà di tipo 1 hanno superato la fase più critica, evolvendosi da un livello di tecnologia (tipo 0) che può portare ad un “nuovo rinascimento” come alla distruzione totale di un’intera civiltà. E’ possibile che solo una parte di civiltà di tipo 0 possano evolversi in tipo 1 invece di autodistruggersi. Le civiltà di tipo 1 inoltre hanno imparato che per inviare messaggi nello spazio il metodo più efficace è quello di spedirli lungo una gamma completa di frequenze, spezzandoli in “pacchetti” ricomposti una volta giunti a destinazione. Questo limita una civiltà di tipo 0 nell’intercettazione di messaggi: per esempio, il genere umano è in ascolto su una sola frequenza, aspettandosi un messaggio completo che probabilmente non intercetterà mai.
- Tipo 2: una volta raggiunto il tipo 1, è solo questione di tempo (e di fortuna) prima che si arrivi al tipo 2. Una società di tipo 1 può essere fermata solo da disastri di tipo cosmico o da grossolani errori di valutazione nello sfruttamento delle risorse planetarie disponibili, ma la probabilità di distruzione è comunque inferiore al tipo 0. Il tipo 2 invece è un livello di sviluppo raggiunbibile a tutte le civiltà di tipo 1, aspettando il giusto tempo per approfondire le dinamiche cosmiche. Probabilmente i metodi di comunicazione sono oltre l’utilizzo del laser, il che esclude una civiltà come la nostra, di Tipo 0, dal solo immaginare quale tecnologia utilizzino per comunicare nello spazio.
- Tipo 3: le civiltà di tipo 2, virtualmene immortali, che non hanno raggiunto il tipo 3 hanno soltanto bisogno di altro tempo per evolversi, ma il raggiungimento di questo stadio è la naturale conseguenza del viaggio interstellare e dello studio sempre più approfondito delle meccaniche celesti. Una civiltà di tipo 3, in gradi di esplorare intere galassie, utilizza metodi di comunicazione che di certo civiltà di tipo 0 e 1 non sono in grado di comprendere, e che forse civiltà di tipo 2 stanno sviluppando a livello sperimentale.
Michio Kaku non esclude inoltre che possiamo essere stati visitati, ed esserlo tutt’ora, da civiltà extraterrestri. Il problema che pone, però, è quello dello scarso interesse che una civiltà di tipo 2 o 3 possa avere nei confronti di una civiltà di tipo 0.
L’esempio che si può fare è quello di una formica in relazione con l’essere umano: che vantaggi deriverebbero all’essere umano dall’insegnare alla formica a costruire un computer? Che interesse potrebbe avere la formica nel costruire un computer quando la sua sola logica concepibile è quella di lavorare per la colonia accumulando cibo?
Allo stesso modo, che interesse potrebbero avere delle civiltà extraterrestri così evolute nel favorire la nostra evoluzione intervenendo in un processo che potrebbe farci rinascere come farci autodistruggere per la nostra incapacità di gestire quest processo di maturazione? E che interesse potrebbe avere la maggior parte del genere umano, che ha come unica preoccupazione (ben comprensibile, sia chiaro) quella di sopravvivere alle problematiche che la sua stessa specie crea di continuo?
Le “visioni” di Michio Kaku in realtà sono molto più complesse di semplici idee futuristiche: basandosi sulla fisica quantistica, sulla teoria delle stringhe e la “Teoria del Tutto”, le sue previsioni sono sia a breve che a lungo termine, e contemplano teletrasporto, invisibilità, intelligenza artificiale, viaggi spaziali, temporali ed dimensionali.
E’ altrettanto vero tuttavia che la fisica teorica è spesso molto distante dall’applicazione pratica delle sue formule, e che molti dei meccanismi che regolano il nostro universo sono ben lungi dall’essere svelati.
Leggere i suoi libri e le sue idee sul futuro dell’ umanità rimane però un’interessante viaggio ai confini di ciò che riteniamo possibile e la fantascienza, ci fanno capire che il viaggio evolutivo dell’essere umano è solo all’inizio, e che le opportunità che la fisica espone nella sua continua ricerca delle meccaniche universali sono pressochè illimitate.
Fonte: http://www.ditadifulmine.com/2010/01/michio-kaku-e-la-fisica-dell.html
Etichette:
Alieni,
esobiologia,
Personaggi,
Scienza
Iscriviti a:
Post (Atom)