Visto il sucesso del post sulla missione Apollo 20, oggi proponiamo un altro filmato sui misteri della Luna....Buona visione.
martedì 1 febbraio 2011
La Luna è davvero un luogo incontaminato?
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"Apollo 20", nel volume in italiano il ruolo di Armstrong e Aldrin
L'avevo preannunciato a suo tempo e ora mi sembra giusto chiudere il cerchio. Mi riferisco alla controversa questione dell'Apollo 19 e dell'Apollo 20, le due presunte "ghost missions" (la prima delle due, però, abortita) che sarebbero state svolte congiuntamente da statunitensi e sovietici per recuperare i resti di una nave madre aliena sulla faccia oscura della Luna.

A questa vicenda, che si sarebbe svolta senza il coinvolgimento diretto della Nasa, ho già dedicato due post (devo dire ricchi di commenti). Il terzo l'avevo promesso una volta letta la versione italiana del libro di Luca Scantamburlo ("Apollo 20, la rivelazione") perché ero stato avvertito che, rispetto al testo in inglese (oggetto del secondo post), ci sarebbero stati aggiornamenti e novità. La lettura del volume è quasi completa e poi ho avuto anche un confronto epistolare con l'autore del saggio per verificare, appunto, gli aspetti non ancora resi pubblici. Per cui, eccomi qua di nuovo pur sapendo che molti di voi storceranno il naso. Eppure l'idea che mi ero fatto mesi fa non è affatto cambiata. Anzi, ribadisco e confermo che secondo me non sono solo bufale, forzature e mistificazioni; la sensazione più netta che provo è che qualcosa non quadri e che sia necessario lasciare al tempo - di solito galantuomo - il giudizio finale. Premetto anche che quella che troverete qui è una sintesi estrema della lettura del volume: molti altri dettagli e particolari coerenti con la storia meritano di essere letti insieme alle contraddizioni e alle incongruenze messe in luce dall'autore per contestualizzare la complessa vicenda. Dunque, avanti con gli aspetti da evidenziare:
1) L'astronauta David Scott (Apollo 15) - la cui voce è presente nel falso video della cosiddetta "City" - è stato per sua stessa testimonianza storica coinvolto decenni fa in un progetto segreto dell'Usaf ("Blue Shuttles", progettati per il Manned Spaceflight Engineer) poi abortito, in qualità di addestratore degli astronauti militari (Air Force Space Division). Questo è emerso da un suo memoriale letto e studiato da Scantamburlo: questo aspetto, insieme ad altri, fanno pensare all'autore del saggio che le manipolazioni audio e video di parte del materiale di Apollo 20 diffuso su YouTube siano state appositamente predisposte per lanciare criptici messaggi e lasciare indizi per i più attenti, ma anche per richiamare l'attenzione dei protagonisti di queste presunte vicende occulte della storia delle missioni spaziali. I cosiddetti Blue Shuttles sarebbero dovuti decollare proprio dalla base aerea di Vandenberg, che sarebbe stata utilizzata sia per Apollo 19 sia per Apollo 20.
2) Alexei Leonov - il famoso cosmonauta sovietico e preteso pilota del modulo lunare "Fenice" di Apollo 20 - è stato effettivamente presente negli Stati Uniti nel 1993, come sostenuto dal comandante di Apollo 19 ("moonwalker1966delta"), anche se resta da dimostrare la sua presenza a San Antonio.
3) I primi due uomini sbarcati sulla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin - questa è una delle affermazioni più "pesanti" di Scantamburlo, sulla base della testimonianza che ha raccolto durante i contatti con il comandante di Apollo 19 - avrebbero fatto parte del nuovo equipaggio di riserva di Apollo 19, che fu poi impegnato all'interno del simulatore di volo al Kennedy Space Center in Florida nel tentativo di salvare la vita ai compagni dell'equipaggio primario in difficoltà nello spazio a causa dell'incidente della capsula (febbraio 1976) al termine della manovra di inserimento nell'orbita lunare. Grazie al Centro di Controllo di Houston, direttamente collegato al KSC, l'equipaggio di riserva fu determinante nell'aiutare gli astronauti di Apollo 19, passando i dati di telemetria. Houston fu chiamato in causa dal Controllo Missione di Vandenberg dopo l'incidente nello spazio per motivi legati all'uso del simulatore presente al KSC. Fino alla pubblicazione del libro, Scantamburlo aveva celato i nomi di Aldrin ed Armstrong, perché ancora alla ricerca di indizi e dettagli storici che potessero in qualche modo fornire delle conferme. Pur non trovandoli in modo esplicito, ha sottolineato una serie di misteriose parole pronunciate pubblicamente proprio da Armstrong in una sala della Casa Bianca, nel luglio del 1994, in occasione del venticinquesimo anniversario dell'allunaggio di Apollo 11. Inoltre, Scantamburlo ha interpellato Aldrin per posta elettronica su questi presunti retroscena che lo vedrebbero protagonista. Non ha ricevuto risposte: l'autore interpreta il silenzio dell'ex astronauta della Nasa come un "no comment".
4) Apollo 19 e 20 sarebbero dunque state missioni spaziali militari congiunte Usa-Urss sotto l'egida del Dipartimento della Difesa americano, ma effettuate con mezzi civili Nasa. Insomma, missioni Apollo occulte, riprogrammate segretamente dopo la loro cancellazione per motivi di budget. Sarebbero state delle "Orange Missions" (ovvero Coloured Missions), ma un'altra oscura missione spaziale (il cui nome in codice o nome ufficiale è svelato per la prima volta nel libro, nome emerso dalle rivelazioni di uno dei due presunti comandanti intervistati da Scantamburlo) le avrebbe precedute anni prima. Si tratterebbe di una misteriosa spedizione che avrebbe avuto probabilmente luogo ai tempi dell'Apollo 11, ufficialmente la prima missione di allunaggio americana. Prima o dopo Apollo 11 non è certo: ma su questa missione Scantamburlo non ha ancora raccolto elementi e dettagli.
5) Certe lettere maiuscole romane accanto ai crateri lunari - come ad esempio D ed Y per i crateri "Izsak D" ed "Izsak Y" indicati da William Rutledge (presunto comandante di Apollo 20) - sono in effetti usate dagli addetti ai lavori nell'ambito della topografia lunare; Scantamburlo ha trovato e letto i testi scientifici che lo dimostrano e che spiegano il principio di nomenclatura per fissarne l'uso.
Un altro dei motivi che mi porta a riproporre la storia di Apollo 19 e 20 è il fatto che in primavera uscirà il film "Apollo 18". La numerazione è diversa, d'accordo, ma la storia è simile: una missione oltre l'ultima passata ufficialmente alla storia, Apollo 17, per trovare tracce di vita extraterrestre. Ecco il link se volete maggiori dettagli. Sarà anche e solo un triller fantascientifico, ma chissà perché l'hanno fatto e perché, soprattutto, proprio su quel tema... Riporto anche la tesi di Roberto Pinotti del Cun: potrebbe trattarsi di un altro modo per "acclimatare" la gente all'idea che non siamo soli nel cosmo.
Fonte: http://misterobufo.corriere.it/
A questa vicenda, che si sarebbe svolta senza il coinvolgimento diretto della Nasa, ho già dedicato due post (devo dire ricchi di commenti). Il terzo l'avevo promesso una volta letta la versione italiana del libro di Luca Scantamburlo ("Apollo 20, la rivelazione") perché ero stato avvertito che, rispetto al testo in inglese (oggetto del secondo post), ci sarebbero stati aggiornamenti e novità. La lettura del volume è quasi completa e poi ho avuto anche un confronto epistolare con l'autore del saggio per verificare, appunto, gli aspetti non ancora resi pubblici. Per cui, eccomi qua di nuovo pur sapendo che molti di voi storceranno il naso. Eppure l'idea che mi ero fatto mesi fa non è affatto cambiata. Anzi, ribadisco e confermo che secondo me non sono solo bufale, forzature e mistificazioni; la sensazione più netta che provo è che qualcosa non quadri e che sia necessario lasciare al tempo - di solito galantuomo - il giudizio finale. Premetto anche che quella che troverete qui è una sintesi estrema della lettura del volume: molti altri dettagli e particolari coerenti con la storia meritano di essere letti insieme alle contraddizioni e alle incongruenze messe in luce dall'autore per contestualizzare la complessa vicenda. Dunque, avanti con gli aspetti da evidenziare:
1) L'astronauta David Scott (Apollo 15) - la cui voce è presente nel falso video della cosiddetta "City" - è stato per sua stessa testimonianza storica coinvolto decenni fa in un progetto segreto dell'Usaf ("Blue Shuttles", progettati per il Manned Spaceflight Engineer) poi abortito, in qualità di addestratore degli astronauti militari (Air Force Space Division). Questo è emerso da un suo memoriale letto e studiato da Scantamburlo: questo aspetto, insieme ad altri, fanno pensare all'autore del saggio che le manipolazioni audio e video di parte del materiale di Apollo 20 diffuso su YouTube siano state appositamente predisposte per lanciare criptici messaggi e lasciare indizi per i più attenti, ma anche per richiamare l'attenzione dei protagonisti di queste presunte vicende occulte della storia delle missioni spaziali. I cosiddetti Blue Shuttles sarebbero dovuti decollare proprio dalla base aerea di Vandenberg, che sarebbe stata utilizzata sia per Apollo 19 sia per Apollo 20.
2) Alexei Leonov - il famoso cosmonauta sovietico e preteso pilota del modulo lunare "Fenice" di Apollo 20 - è stato effettivamente presente negli Stati Uniti nel 1993, come sostenuto dal comandante di Apollo 19 ("moonwalker1966delta"), anche se resta da dimostrare la sua presenza a San Antonio.
3) I primi due uomini sbarcati sulla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin - questa è una delle affermazioni più "pesanti" di Scantamburlo, sulla base della testimonianza che ha raccolto durante i contatti con il comandante di Apollo 19 - avrebbero fatto parte del nuovo equipaggio di riserva di Apollo 19, che fu poi impegnato all'interno del simulatore di volo al Kennedy Space Center in Florida nel tentativo di salvare la vita ai compagni dell'equipaggio primario in difficoltà nello spazio a causa dell'incidente della capsula (febbraio 1976) al termine della manovra di inserimento nell'orbita lunare. Grazie al Centro di Controllo di Houston, direttamente collegato al KSC, l'equipaggio di riserva fu determinante nell'aiutare gli astronauti di Apollo 19, passando i dati di telemetria. Houston fu chiamato in causa dal Controllo Missione di Vandenberg dopo l'incidente nello spazio per motivi legati all'uso del simulatore presente al KSC. Fino alla pubblicazione del libro, Scantamburlo aveva celato i nomi di Aldrin ed Armstrong, perché ancora alla ricerca di indizi e dettagli storici che potessero in qualche modo fornire delle conferme. Pur non trovandoli in modo esplicito, ha sottolineato una serie di misteriose parole pronunciate pubblicamente proprio da Armstrong in una sala della Casa Bianca, nel luglio del 1994, in occasione del venticinquesimo anniversario dell'allunaggio di Apollo 11. Inoltre, Scantamburlo ha interpellato Aldrin per posta elettronica su questi presunti retroscena che lo vedrebbero protagonista. Non ha ricevuto risposte: l'autore interpreta il silenzio dell'ex astronauta della Nasa come un "no comment".
4) Apollo 19 e 20 sarebbero dunque state missioni spaziali militari congiunte Usa-Urss sotto l'egida del Dipartimento della Difesa americano, ma effettuate con mezzi civili Nasa. Insomma, missioni Apollo occulte, riprogrammate segretamente dopo la loro cancellazione per motivi di budget. Sarebbero state delle "Orange Missions" (ovvero Coloured Missions), ma un'altra oscura missione spaziale (il cui nome in codice o nome ufficiale è svelato per la prima volta nel libro, nome emerso dalle rivelazioni di uno dei due presunti comandanti intervistati da Scantamburlo) le avrebbe precedute anni prima. Si tratterebbe di una misteriosa spedizione che avrebbe avuto probabilmente luogo ai tempi dell'Apollo 11, ufficialmente la prima missione di allunaggio americana. Prima o dopo Apollo 11 non è certo: ma su questa missione Scantamburlo non ha ancora raccolto elementi e dettagli.
5) Certe lettere maiuscole romane accanto ai crateri lunari - come ad esempio D ed Y per i crateri "Izsak D" ed "Izsak Y" indicati da William Rutledge (presunto comandante di Apollo 20) - sono in effetti usate dagli addetti ai lavori nell'ambito della topografia lunare; Scantamburlo ha trovato e letto i testi scientifici che lo dimostrano e che spiegano il principio di nomenclatura per fissarne l'uso.
Un altro dei motivi che mi porta a riproporre la storia di Apollo 19 e 20 è il fatto che in primavera uscirà il film "Apollo 18". La numerazione è diversa, d'accordo, ma la storia è simile: una missione oltre l'ultima passata ufficialmente alla storia, Apollo 17, per trovare tracce di vita extraterrestre. Ecco il link se volete maggiori dettagli. Sarà anche e solo un triller fantascientifico, ma chissà perché l'hanno fatto e perché, soprattutto, proprio su quel tema... Riporto anche la tesi di Roberto Pinotti del Cun: potrebbe trattarsi di un altro modo per "acclimatare" la gente all'idea che non siamo soli nel cosmo.
Fonte: http://misterobufo.corriere.it/
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domenica 30 gennaio 2011
I fisici richiedono un protocollo per inviare messaggi agli alieni
Più passa il tempo e più credo che il progetto Seti, seppur denigrato negli ultimi anni, venga preso sempre più in considerazione, a dirla tutta, sta diventando un punto fermo per la ricerca extraterrestre.

E' di questi giorni la notizia della Royal Society atta a creare la Scala di Londra per la ricerca di vita extraterrestre, proposta da Ivan Almar e da Margaret Race guarda caso dell'Istituto SETI (EUA), oppure la notizia che abbiamo proposto ieri della costruzione del Long Wavelenght Array (LWA) un sistema di ben 13.000 antenne che ha come obiettivo oltre alla ricerca di pianeti extrasolari anche segnali provenienti da civiltà extraterrestri. Per ultimo l'intervista da noi effettuata al Prof. Stelio Montebugnoli riguardo al progetto Dorothy effettuatosi tra il 5 e l'8 Novembre dove i radiotelescopi di 19 Istituti di Ricerca sparsi in 12 Paesi su 5 i continenti, hanno partecipato tutti insieme al suddetto progetto per la ricerca di segnali prodotti da forme di vita intelligente extraterrestre...... L'essenza della ricerca SETI.
Più avanti invece parleremo di una ricerca meno conosciuta simile come finalità ma dal funzionamento completamente opposto al SETI, si chiama METI (Messaging to Extra Terrestrial Intelligence) ed ha lo scopo di inviare messaggi verso i pianeti candidati anzichè ascoltarli.
Vi proponiamo allora la "proposta di un protocollo per le comunicazioni extraterrestri."
Atri e il suo team ritengono che la Terra abbia inviato segnali elettromagnetici per oltre un secolo, per lo più sotto forma di “dispersioni involontarie provenienti da apparecchi televisivi, aerei e dispositivi di telecomunicazione”.
"Una civiltà avanzata situata nel raggio di 100 anni luce dal nostro pianeta potrebbe rilevare i nostri programmi televisivi e quindi già sapere che siamo qui, per cui le speranze di nascondere la nostra posizione nello spazio sono ben poche”, sostengono.
Dal 1974, l’uomo ha intenzionalmente trasmesso i numeri da uno a dieci, numeri atomici o elementi del DNA, grafici raffiguranti un essere umano, il sistema solare, Arecibo, melodie musicali, messaggi di testo, fotografie e disegni.
I ricercatori si sono accorti che i messaggi erano diventati sempre più “antropocentrici” e complessi, e di conseguenza più difficili da decodificare e decifrare per gli ascoltatori extraterrestri.
"La tecnologia moderna consente di trasmettere grosse quantità di dati a costi ragionevoli, ma la trasmissione di quantità massicce d’informazioni dà per scontato che i destinatari extraterresti saranno in grado di comprendere un messaggio complesso”, affermano.
"Dal momento che sappiamo molto poco sulla natura delle civiltà extraterrestri, ammesso che esistano, possiamo incrementare le probabilità che la comunicazione con loro vada a buon fine utilizzando un messaggio adatto che il destinatario presumibilmente potrà comprendere”.
Una volta definito, proseguono i ricercatori, un protocollo METI potrebbe essere usato per mettere alla prova la comunicazione interculturale dell’umanità.
I ricercatori auspicano anche la creazione di un sito web attraverso cui il pubblico possa creare dei messaggi campione conformi al protocollo, recuperarli e tentare di decifrare i messaggi di altri utenti.
"Un protocollo METI è necessario per coordinare uno sforzo congiunto a livello internazionale per inviare messaggi agli extraterrestri”, concludono.
"Costruendo accuratamente un protocollo con cui scrivere e inviare messaggi, ottimizzeremo la qualità dei messaggi che vengono inviati, aumentando così le probabilità che vengano compresi”.
La relazione verrà pubblicata sul numero di maggio o agosto di Space Policy.
Personalmente sono sempre più convinto che questa sia una delle vie da intraprendere per la ricerca di vita extraterrestre, spero solo di esserci quando (e non se!) succederà...
Fonte: http://www.centroufologicoionico.com/

E' di questi giorni la notizia della Royal Society atta a creare la Scala di Londra per la ricerca di vita extraterrestre, proposta da Ivan Almar e da Margaret Race guarda caso dell'Istituto SETI (EUA), oppure la notizia che abbiamo proposto ieri della costruzione del Long Wavelenght Array (LWA) un sistema di ben 13.000 antenne che ha come obiettivo oltre alla ricerca di pianeti extrasolari anche segnali provenienti da civiltà extraterrestri. Per ultimo l'intervista da noi effettuata al Prof. Stelio Montebugnoli riguardo al progetto Dorothy effettuatosi tra il 5 e l'8 Novembre dove i radiotelescopi di 19 Istituti di Ricerca sparsi in 12 Paesi su 5 i continenti, hanno partecipato tutti insieme al suddetto progetto per la ricerca di segnali prodotti da forme di vita intelligente extraterrestre...... L'essenza della ricerca SETI.
Più avanti invece parleremo di una ricerca meno conosciuta simile come finalità ma dal funzionamento completamente opposto al SETI, si chiama METI (Messaging to Extra Terrestrial Intelligence) ed ha lo scopo di inviare messaggi verso i pianeti candidati anzichè ascoltarli.
Vi proponiamo allora la "proposta di un protocollo per le comunicazioni extraterrestri."
Atri e il suo team ritengono che la Terra abbia inviato segnali elettromagnetici per oltre un secolo, per lo più sotto forma di “dispersioni involontarie provenienti da apparecchi televisivi, aerei e dispositivi di telecomunicazione”.
"Una civiltà avanzata situata nel raggio di 100 anni luce dal nostro pianeta potrebbe rilevare i nostri programmi televisivi e quindi già sapere che siamo qui, per cui le speranze di nascondere la nostra posizione nello spazio sono ben poche”, sostengono.
Dal 1974, l’uomo ha intenzionalmente trasmesso i numeri da uno a dieci, numeri atomici o elementi del DNA, grafici raffiguranti un essere umano, il sistema solare, Arecibo, melodie musicali, messaggi di testo, fotografie e disegni.
I ricercatori si sono accorti che i messaggi erano diventati sempre più “antropocentrici” e complessi, e di conseguenza più difficili da decodificare e decifrare per gli ascoltatori extraterrestri.
"La tecnologia moderna consente di trasmettere grosse quantità di dati a costi ragionevoli, ma la trasmissione di quantità massicce d’informazioni dà per scontato che i destinatari extraterresti saranno in grado di comprendere un messaggio complesso”, affermano.
"Dal momento che sappiamo molto poco sulla natura delle civiltà extraterrestri, ammesso che esistano, possiamo incrementare le probabilità che la comunicazione con loro vada a buon fine utilizzando un messaggio adatto che il destinatario presumibilmente potrà comprendere”.
Una volta definito, proseguono i ricercatori, un protocollo METI potrebbe essere usato per mettere alla prova la comunicazione interculturale dell’umanità.
I ricercatori auspicano anche la creazione di un sito web attraverso cui il pubblico possa creare dei messaggi campione conformi al protocollo, recuperarli e tentare di decifrare i messaggi di altri utenti.
"Un protocollo METI è necessario per coordinare uno sforzo congiunto a livello internazionale per inviare messaggi agli extraterrestri”, concludono.
"Costruendo accuratamente un protocollo con cui scrivere e inviare messaggi, ottimizzeremo la qualità dei messaggi che vengono inviati, aumentando così le probabilità che vengano compresi”.
La relazione verrà pubblicata sul numero di maggio o agosto di Space Policy.
Personalmente sono sempre più convinto che questa sia una delle vie da intraprendere per la ricerca di vita extraterrestre, spero solo di esserci quando (e non se!) succederà...
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Studi e rivelazioni dell’ operato alieno sulla terra
Vi proponiamo un’ interessante documentario realizzato dal nostro caro amico Rick Healy e Bon Zoo production.Interviste a personaggi di spicco nel settore ufologico quali Corrado Malanga, Leo Zagami e Chris Everard che fanno il punto sulla situazione attuale e provano a chiarirci parti spesso lasciate in sospeso nel trattare l’ argomento ufo, massoneria e nuovo ordine mondiale.
Buona visione
Fonte: http://www.blobjects.it/
Buona visione
Fonte: http://www.blobjects.it/
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sabato 29 gennaio 2011
UFO, dal Sud Africa un appello per declassificare i documenti
Sull’esempio di Nuova Zelanda e Inghilterra, e in parte dell’Argentina, anche gli ufologi sudafricani chiedono che le autorità, politiche e militari, pubblichino documenti eventualmente in loro possesso sull’argomento UFO.

A dichiararlo al sito News24 è Christo Louw, un’autorità nel paese sulla tematica di avvistamenti e attività legate al mondo dell’ufologia. Basti pensare che il suo sito, da quasi quindici anni, analizza gli “UFO sightings” nel suo paese con uno scrupolo e una professionalità estrema.
Quello di Christo Louw è solo l’ultimo di una lunga serie di appelli eccellenti nel mondo dell’ufologia internazionale. L’argomento della declassificazione dei files relativi agli avvistamenti di UFO è particolamente delicato. A dicembre si era nutrita una speranza dietro un annuncio, più o meno mal interpretato, da parte di Wikileaks. Un’attesa che continua in quanto il sito di Assange non ha ancora mostrato ciò che realmente detiene sulla tematica.
Tuttavia dopo i recenti annunci da Nuova Zelanda e Argentina, seppur di contenuto diverso, in molti sperano che si possa innescare un effetto a catena.
Non che la divulgazione di news sugli UFO sia modesta, anzi. In questo inizio di 2011 la quantità di informazioni appare piuttosto elevata. In termini realistici il vero obiettivo di molti ufologi consiste nell’apprendere, oltre che la conferma dell’esistenza di alieni o meno, le informazioni dalla prospettiva dei governi per incrociarle con quelle già di dominio pubblico. La sensazione di molti esperti è che le autorità di vari paesi non abbiano un quadro preciso e definito sulla tematica UFO. Nel corso degli anni, tuttavia, hanno potuto maturare una visuale privilegiata sul fenomeno. Un conto è osservare un video presente su YouTube inserito da un testimone occasionale, altro è poter leggere un rapporto riservato da parte di un pilota di caccia su un ipotetico avvistamento. Mica poco.

A dichiararlo al sito News24 è Christo Louw, un’autorità nel paese sulla tematica di avvistamenti e attività legate al mondo dell’ufologia. Basti pensare che il suo sito, da quasi quindici anni, analizza gli “UFO sightings” nel suo paese con uno scrupolo e una professionalità estrema.
Quello di Christo Louw è solo l’ultimo di una lunga serie di appelli eccellenti nel mondo dell’ufologia internazionale. L’argomento della declassificazione dei files relativi agli avvistamenti di UFO è particolamente delicato. A dicembre si era nutrita una speranza dietro un annuncio, più o meno mal interpretato, da parte di Wikileaks. Un’attesa che continua in quanto il sito di Assange non ha ancora mostrato ciò che realmente detiene sulla tematica.
Tuttavia dopo i recenti annunci da Nuova Zelanda e Argentina, seppur di contenuto diverso, in molti sperano che si possa innescare un effetto a catena.
Non che la divulgazione di news sugli UFO sia modesta, anzi. In questo inizio di 2011 la quantità di informazioni appare piuttosto elevata. In termini realistici il vero obiettivo di molti ufologi consiste nell’apprendere, oltre che la conferma dell’esistenza di alieni o meno, le informazioni dalla prospettiva dei governi per incrociarle con quelle già di dominio pubblico. La sensazione di molti esperti è che le autorità di vari paesi non abbiano un quadro preciso e definito sulla tematica UFO. Nel corso degli anni, tuttavia, hanno potuto maturare una visuale privilegiata sul fenomeno. Un conto è osservare un video presente su YouTube inserito da un testimone occasionale, altro è poter leggere un rapporto riservato da parte di un pilota di caccia su un ipotetico avvistamento. Mica poco.
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venerdì 28 gennaio 2011
LWA: il gigantesco impianto che, a lavori ultimati avrà 13.000 antenne
Entrerà in funzione quest'estate la prima stazione del Long Wavelenght Array: gigantesco impianto che, a lavori ultimati, conterà complessivamente 53 stazioni e un totale di oltre 13.000 antenne. Obiettivi: la ricerca di pianeti extrasolari e, chissà, segnali provenienti da civiltà extraterrestri.

Scandagliare l’universo alla ricerca di pianeti extrasolari e di segnali artificiali extraterrestri. Sono solo due tra i tanti obiettivi che si prefigge il Long Wavelenght Array (LWA), il nuovo radiotelescopio in costruzione nel deserto del New Mexico. Già da questa estate entrerà in funzione la sua prima stazione costituita da un insieme di 256 antenne, simili nella forma a un ventilatore da soffitto. Una volta completato, LWA sarà composto da 53 stazioni per un totale di 13.000 antenne distribuite su di un’area di circa 400 chilometri di diametro.
Nel New Mexico era già presente il predecessore del nuovo radiotelescopio: denominato Long Wavelenght Demonstrator Array, aveva dato buoni risultati riuscendo a captare improvvise emissioni radio dal cielo. Purtroppo si è sempre trattato di emissioni generate da fenomeni di scarso interesse, come ad esempio dalle meteore che riflettevano i segnali televisivi nell’alta atmosfera. LWA intende portare la ricerca a un livello qualitativo superiore. Le sue antenne permetteranno di scandagliare ampie regioni di cielo alla ricerca di quelle onde radio che possono rivelare la presenza di pianeti lontani, divenendo così uno strumento alternativo ai metodi classici di ricerca di pianeti extrasolari. Ma il radiotelescopio potrà fare molto di più, come spiega Joseph Lazio, radioastronomo al JPL, per il quale “captare le emissioni improvvise di onde radio ci farà scoprire esplosioni sulla superficie di stelle vicine, esplosioni di stelle lontane, buchi neri ancora non individuati e forse persino trasmissioni radio da parte di altre civiltà”.
LWA si distingue anche per l’intervallo di radiofrequenze con il quale si troverà a lavorare: compreso tra i 20 e gli 80 megahertz, corrispondente a lunghezze d’onda tra i 15 e i 3,8 metri, è una regione dello spettro elettromagnetico finora poco utilizzata per via dei costi e dei limiti tecnici. L’avanzare della tecnologia ha però ridato impulso al settore che ora con questo radiotelescopio intende aprire un nuovo corso nella storia della radioastronomia.
Fonte: http://www.centroufologicoionico.com/

Scandagliare l’universo alla ricerca di pianeti extrasolari e di segnali artificiali extraterrestri. Sono solo due tra i tanti obiettivi che si prefigge il Long Wavelenght Array (LWA), il nuovo radiotelescopio in costruzione nel deserto del New Mexico. Già da questa estate entrerà in funzione la sua prima stazione costituita da un insieme di 256 antenne, simili nella forma a un ventilatore da soffitto. Una volta completato, LWA sarà composto da 53 stazioni per un totale di 13.000 antenne distribuite su di un’area di circa 400 chilometri di diametro.
Nel New Mexico era già presente il predecessore del nuovo radiotelescopio: denominato Long Wavelenght Demonstrator Array, aveva dato buoni risultati riuscendo a captare improvvise emissioni radio dal cielo. Purtroppo si è sempre trattato di emissioni generate da fenomeni di scarso interesse, come ad esempio dalle meteore che riflettevano i segnali televisivi nell’alta atmosfera. LWA intende portare la ricerca a un livello qualitativo superiore. Le sue antenne permetteranno di scandagliare ampie regioni di cielo alla ricerca di quelle onde radio che possono rivelare la presenza di pianeti lontani, divenendo così uno strumento alternativo ai metodi classici di ricerca di pianeti extrasolari. Ma il radiotelescopio potrà fare molto di più, come spiega Joseph Lazio, radioastronomo al JPL, per il quale “captare le emissioni improvvise di onde radio ci farà scoprire esplosioni sulla superficie di stelle vicine, esplosioni di stelle lontane, buchi neri ancora non individuati e forse persino trasmissioni radio da parte di altre civiltà”.
LWA si distingue anche per l’intervallo di radiofrequenze con il quale si troverà a lavorare: compreso tra i 20 e gli 80 megahertz, corrispondente a lunghezze d’onda tra i 15 e i 3,8 metri, è una regione dello spettro elettromagnetico finora poco utilizzata per via dei costi e dei limiti tecnici. L’avanzare della tecnologia ha però ridato impulso al settore che ora con questo radiotelescopio intende aprire un nuovo corso nella storia della radioastronomia.
Fonte: http://www.centroufologicoionico.com/
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