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martedì 29 marzo 2011

Test del Dna per extraterrestri

Un gruppo di ricercatori del MIT e Harvard University sta sviluppando uno strumento per cercare tracce di materiale genetico sul Pianeta Rosso. Potrebbe dimostrare che il progenitore comune di tutte le specie viventi è nato su un altro pianeta. In tal caso, saremmo tutti un po' marziani.


Presto potremo scoprire che in verità i marziani siamo noi. Da quando Darwin, più di 150 anni or sono, formulò la teoria dell’evoluzione delle specie, tutti sanno sin dalla scuola elementare che tutte le forme di vita sulla Terra discendono da un comune progenitore, comparso più o meno 3,5 miliardi di anni fa in circostante ancora da chiarire. Quello che oggi un numero crescente di scienziati sospetta è che questa sia solo la seconda parte della storia. Una storia iniziata molto prima e molto più lontano. Il microrganismo “numero zero” poteva non essere autoctono, bensì immigrato. Nato su un altro pianeta, Marte, e trasportato quaggiù a bordo di un meteorite. Se le cose stanno davvero così, ce lo dirà uno strumento sviluppato da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Università di Harvard.

E come dimostrare il legame di parentala, se non attraverso il fatidico test del DNA? Anche sul Pianeta Rosso, frammenti di materiale genetico (DNA o RNA) potrebbero essere cruciali per risalire alla verità, come nelle migliori indagini poliziesche. È quello che intendono cercare Christopher Carr e Clarissa Lui del Dipartimento di Scienze della Terra, Atmosferiche e Planetarie del MIT, insieme al biologo molecolare Gary Ruvkun, del Massachusetts General Hospital e Harvard University, attraverso il Search for Extra-Terrestrial Genomes (SETG). Lo strumento è stato presentato nel corso della IEEE Aerospace Conference in Montana.

L’idea che i marziani siamo noi può sembrare balzana, ma gli indizi a sostegno non mancano. Primo, nelle prime fasi del Sistema Solare, il clima sui due pianeti rocciosi attigui, Marte e Terra, erano molto più simili di quanto non siano adesso, quindi la vita che si è sviluppata sull’uno potrebbe aver avuto chance anche sull’altro. Secondo, è un fatto che circa un miliardo di tonnellate di rocce abbiano viaggiato da Marte verso la Terra, raschiate via dall’impatto di asteroidi. E per questioni di dinamiche orbitali, è 100 volte più semplice per le rocce viaggiare da Marte a Terra che viceversa. Terzo, i microrganismi riescono a sopravvivere nello spazio interplanetario e resistere allo shock di violenti impatti. Pertanto, se la vita si fosse sviluppata là, i microrganismi marziani potrebbero aver contaminato la Terra e tutte le specie potrebbero essere discendenti di un extraterrestre.

I ricercatori del MIT si sono messi in testa di scoprirlo. Intendono raccogliere campioni di suolo marziano, isolare qualsiasi traccia microrganismi o resti fossili vi sia, separare il materiale genetico e analizzarlo con le stesse tecniche che si usano nelle indagini forensi sulla Terra. Obiettivo: cercare similitudini con le sequenze del DNA terrestre (il DNA può preservarsi fino a un milione di anni e, sebbene ogni specie abbia il suo specifico codice, alcune porzioni sono praticamente universali). L’impresa è ardua, senza dubbio. Poggia, però, su basi solide. Sonde e rover spediti su Marte hanno mostrato che, un tempo, c’era acqua allo stato liquido, e forse ce n’è ancora nel sottosuolo, condizione imprescindibile per la vita.

Ci vorranno altri due anni per completare il prototipo del dispositivo SETG. Per il momento, non è ancora stato “prenotato” da una delle prossime missioni in partenza per Marte. Se in futuro spiccherà il volo a bordo di una sonda, abbinato a un rover scavatore, sarà il primo caso di CSI nello spazio.

Fonte: http://www.media.inaf.it/2011/03/24/test-del-dna-per-extraterrestri/

giovedì 24 marzo 2011

Il nostro DNA è forse un'eredità marziana?

Secondo diversi scienziati planetari, è plausibile immaginare che le specie viventi che popolano la Terra, uomo compeso, possano aver avuto origine su un altro corpo celeste. Una delle ipotesi più interessanti, e probabilmente una delle più realistiche se si parla di panspermia, è che frammenti di materiale organico proveniente da Marte siano giunti sul nostro pianeta a bordo di meteoriti.


C'è però un problema: stabilire con certezza se un campione organico proviene effettivamente da Marte o da un altro corpo planetario, ed escludere la possibilità della contaminazione terrestre. E' per questo motivo che i ricercatori di MIT e di Harvard hanno sviluppato una nuova tecnologia per la ricerca e l'analisi di patrimoni genetici appartenenti a possibili forme di vita extraterrestri.

Il concetto è basato su diversi elementi ormai dati per certi se si parla di Marte. Uno di questi è la straordinaria somiglianza che Marte e la Terra avevano milioni di anni fa: il clima dei due pianeti era abbastanza simile, ed è ragionevole supporre che qualunque cosa fosse in grado di sopravvivere su un pianeta fosse capace di farlo anche sull'altro.

Nel corso dell'evoluzione planetaria, circa un miliardo di tonnellate di roccia ha viaggiato per milioni di chilometri nello spazio, coprendo la distanza Marte-Terra e precipitando sul nostro pianeta. Sappiamo che alcuni microrganismi sono in grado di resistere allo shock del viaggio e dell'impatto sulla Terra, oltre al fatto che ci sono forme di vita che potrebbero sopravvivere per migliaia di anni in attesa di condizioni tali da poter riprendere tutte le attività biologiche più complesse.

Insomma, abbiamo ormai accertato che negli ultimi 2-3 miliardi di anni di anni ci sono state condizioni favorevoli affinchè lo scambio di materiale organico tra Terra e Marte potesse avvenire. Non c'è certezza che questo scambio si sia davvero verificato, ma è un'ipotesi sull'origine della vita sul nostro pianeta che non va di certo scartata.

Ma come comprendere se effettivamente le specie viventi terrestri hanno antenati su Marte? L'unica soluzione è studiare il Pianeta Rosso, ormai biologicamente morto (pare) ma con condizioni tali da poter conservare tracce e fossili di origine biologica per un periodo molto più lungo rispetto a quanto si verifica sulla Terra.

L'apparecchio ideato dal MIT, chiamato SETG (Search for Extra-Terrestrial Genomes), è in grado di prelevare un campione di suolo marziano, di isolare ogni eventuale microrganismo vivente o fossile presente nel campione, e estrarre il materiale genetico per analizzarne la sequenza. "E' un grande progetto" dice Christopher Carr, ricercatore del MIT, "ma se andiamo su Marte e troviamo forme di vita imparentate con noi, potremmo aver avuto origine su Marte. Oppure, se la vita è iniziata qui sulla Terra, potrebbe essere stata trasferita su Marte. In entrambi i casi, potremmo essere imparentati con la vita marziana".

Entrambi i pianeti erano in passato ricoperti d'acqua, con condizioni tali da poter consentire lo sviluppo della vita come noi la conosciamo. In tempi moderni, Marte ha perso la maggior parte della sua acqua, ma è possibile che continui ad esistere acqua liquida sotto la superficie.
"Oggi, su Marte, il posto migliore per cercare la vita è lo strato di terreno sotto la superficie".

Lo strumento elaborato dai ricercatori può scavare sotto la superficie marziana, prelevare un campione dallo strato di terreno che offre maggiori probabilità di trovare componenti organici, e studiare eventuali componenti biologiche dei campioni attraverso le tecniche comunemente utilizzate sulla Terra per l'analisi genetica.

In aggiunta, viene eseguita una ricerca su frammenti di DNA particolarmente comuni tra le specie viventi terrestri, allo scopo di cercare somiglianze tra patrimoni genetici provenienti da due differenti pianeti e confermare, o smentire, l'ipotesi della panspermia marziana.
Perchè pensare che sia Marte ad aver dato origine alla vita sulla Terra, e non sia stato il nostro pianeta ad aver esportato materiale biologico nello spazio? Una semplice ragione di buon senso: le dinamiche orbitali ci dicono che è 100 volte più semplice che una roccia marziana si "metta in viaggio" verso la Terra, piuttosto che il contrario.

Occorreranno probabilmente altri due anni per il completamento del SETG. I ricercatori stanno ultimando il prototipo e procederanno a breve con i test. Non è ancora previsto l'impiego di questo apparecchio in una delle future missioni su Marte, ma pare sia facilmente adattabile alla trivella di un lander o di un rover.

"Non è improbabile che la vita su Marte possa essere legata alla vita sulla Terra, e condividere una genetica comune" dice Christopher McKay, astrobiologo della NASA. "In ogni caso, sarebbe importante mettere alla prova questa ipotesi".

Fonte: http://www.ditadifulmine.com/2011/03/il-nostro-dna-e-forse-uneredita.html

giovedì 2 settembre 2010

Pioggia rossa di Kerala alla ribalta: siamo davvero di fronte ad extraterrestri?

Ricordate la pioggia rossa di Kerala? Per chi non si ricordasse, o per chi non ne avesse mai sentito parlare, ecco un breve riassunto. Solo poche parole di introduzione, e poi la notizia vera e propria.

Dal 25 luglio 2001 al 23 settembre dello stesso anno, si verificò una strana pioggia rossa nello stato indiano del Kerala. Venne riportata anche pioggia verde, gialla e nera, ma la colorazione rossa fu più frequente delle altre.



Inizialmente si riteneva che la pioggia rossa di Kerala fosse dovuta all'esplosione di una cometa nei cieli indiani, ma uno studio commissionato dal governo concluse che si dovesse trattare di spore provenienti da alghe terrestri. Si parlò anche di sangue di vacca, di licheni, e vennero avanzate molte ipotesi circa la possibilità della contaminazione della pioggia da parte di animali o piante della regione.

Godfrey Louis e Santosh Kumar tuttavia la pensavano diversamente, e proposero l'ipotesi delle cellule di origine extraterrestre. La loro ipotesi fu che una cometa avesse trasportato delle particelle rosse organiche, e che l'esplosione del bolide nell'atmosfera avesse diffuso queste simil-spore nell'aria.

Trovarono diverse evidenze del fatto che le particelle che coloravano di rosso la pioggia erano di natura biologica, anche se non si fu in grado di rilevare la presenza di DNA o RNA. Secondo loro, i "microorganismi isolati dalla pioggia rossa di Kerala mostrano caratteristiche straordinarie, come l'abilità di crescere alla perfezione a 300°C e la capacità di metabolizzare una vasta gamma di elementi organici ed inorganici".
Ovviamente, i due ricercatori furono sepolti dalle critiche, che piovvero da ogni parte.

Introduzione finita. Ecco la notizia: il dibattito sulle cellule della pioggia rossa di Kerala si riapre, dopo la scoperta che queste cellule si possono anche riprodurre.
I due ricercatori, aiutati da altri provenienti dall' Università di Glamorgan, dalla Cardiff University e dalla Sheffield University, hanno mostrato che le cellule sopravvivono e crescono dopo un periodo di incubazione a 121°C.

In queste condizioni, appaiono cellule figlie all'interno delle cellule madri, cosa che non si verifica a temperatura ambiente, suggerendo che la riproduzione sia guidata dalla temperature.
La cosa è estremamente insolita: le spore di alcuni estremofili possono sopravvivere a queste temperature, a volte anche riprodursi a temperature un po' più basse, ma non si comportano come le cellule rosse di Kerala.

Ad aggiungersi a questo, lo spettro luminoso di queste cellule sembra essere molto simile alla traccia rossa lasciata dalla nebulosa planetaria Rettangolo Rosso e da altri oggetti cosmici, suggerendo una sempre più possibile origine extraterrestre di queste cellule.

E' naturale che saranno necessari ulteriori studi, e che è troppo presto per farsi prendere da facili entusiasmi. Sappiamo per ora che questo organismo è unico nel suo genere, e che possiede caratteristiche straordinarie. Ma prima di dire con certezza che siamo di fronte ad un essere extraterrestre, e che abbiamo avuto prova della possibilità della panspermia, occorrerà analizzare la questione ancora più a fondo.

Fonte: http://www.ditadifulmine.com/2010/09/pioggia-rossa-di-kerala-alla-ribalta.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+DitaDiFulmine+%28Dita+di+Fulmine%29

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