L'edizione americana del prestigioso "New Scientist" ha dato spazio alla ricerca del fisico Paul Davies: ossia la ricerca di tracce di extraterrestri intelligenti sul pianeta Terra risalenti ad un lungo passato geologico della Terra.
Nell'articolo apparso nell'edizione del 10 settembre 2011 sono presenti molte opinioni di scienziati che appoggiano oppure "cestinano" l'ipotesi di Paul Davies.
Innanzitutto, l'articolo in questione afferma che "si potrebbero trovare prove indirette di una tecnologia aliena sulla base del rilascio di una traccia".
Inoltre vi si legge che "gli extraterrestri sono venuti" sulla Terra, "probabimente centinaia di milioni di anni fa". Qualsiasi traccia dovrebbe poter durare per millenni per essere rilevata dagli esseri umani. E ciò non in base ad una roccia, tipo il "Monolito" di "2011 Odissea nello Spazio" (più soggetto ad erosioni o, più probabilmente sepolto prima che qualcuno lo noti), ma in base a rilascio di detriti dovuti a scorie industriali, processi minerari oppure DNA spazzatura.
Ma sono, soprattutto, interessanti i pareri di vari scienziati in merito.
Frank Drake (SETI Institute California) dichiara che: "gli alieni potrebbero aver potuto utilizzare del materiale radioattivo per segnare la rilevazione di un messaggio". Inoltre aggiunge: "che bisogna restare in allerta per quanto riguarda manufatti di origine extraterrestre nello Spazio, ma soprattuto sulla Terra". E conclude che è una buona cosa da fare, accettando in questo modo la tesi di Davies.
Sopra la copertina del "New Scientist" del 10 settembre 2011 e l'articolo sulla tesi di Davies
Anche Seth Shostak, anche lui appartenente al SETI Institute, è d'accordo con Paul Davies, ma sottolinea il fatto che la "caccia" sulla Terra non può essere un sostituto per la ricerca degli extraterrestri al di fuori del nostro pianeta, indicando che "la Terra tende a cancellare le prove sulla sua superficie".
David Deutsch (fisico teorico all'Università di Oxford) è più cauto, ma non esclude del tutto il lavoro di Davies, affermando che: "la ricerca sulla Terra è improbabile che sia fruttuosa, ma certamente vale la pena tentare". Inoltre afferma: "questo è un qualcosa che, per davvero, non deve lasciare nulla intentato". Dubita, però, che gli extraterrestri possano utilizzare energia nucleare per raggiungere la Terra, ma "è più probabile che abbiano utilizzato un qualcosa di potente come l'antimateria e, forse, si sono serviti di plutonio per i loro telefoni cellulari".
Chi definisce assurde le asserzioni di Paul Davies sono Steve Benner (della Foundation for Applied Molecular Evolution a Gainesville, in Florida), che definisce Davies "stravagante", Gary Ruvkun (Harvard Medical School e direttore del Search for Extraterrestrial Genomes project) il quale afferma che "sarebbe necessario un codice divertente, che sarebbe ancora decifrabile anche dopo essere stato mutato (ndr DNA)", e Norman Pace (biologo presso l'Università del Colorado) che definisce le tesi Davies "principalmente delle sciocchezze".
L'articolo del "New Scientist" si conclude con le affermazioni di Davies, il quale afferma che la sua idea può sembrare "pazza e fantasiosa", ma ha sicuramente il vantaggio di essere a buon mercato e che può coinvolgere tutti.
La tesi di Davies incomincia a far discutere, quindi, il variegato mondo della Scienza.
Fonte: http://centroufologicoionico.blogspot.com/2011/09/anche-il-new-scientist-si-occupa-della.html
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martedì 13 settembre 2011
Anche il "New Scientist" si occupa della tesi di Paul Davies
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venerdì 29 ottobre 2010
“Sette” intervista Paul Davies “L’invasione aliena è cominciata”
“Non sanno che noi siamo qui”, ecco perché gli alieni non ci stanno cercando. Se un giorno busseranno alle porte del pianeta Terra, Paul Davies però è pronto ad accoglierli.

In gran segreto. Cosmologo e astrobiologo inglese, nonché professore all’Arizona State University, è l’uomo scelto per guidare il team di scienziati, avvocati e filosofi che gestirà il primo contatto. Si chiama Post-Detection Science and Technology Taskgroup ed è finanziato, come gran parte delle attività di Seti (Search for extraterrestrial intelligence), da uno che agli alieni ci crede da sempre: il cofondatore (miliardario) di Microsoft Paul Allen, che ha fornito pure i 25 milioni di dollari per l’Allen Telescope Array in California. Da tre anni i paraboloidi del mega radiotelescopio puntano verso gli “altri mondi” del cosmo per captare un segnale elettromagnetico. L’universo, per ora, tace. Davies spiega con pazienza (e un po’ di insofferenza) il mistero di questo silenzio lungo millenni: «La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, nel 1010, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi». Un’eternità. Che per Davies possiamo colmare iniziando a scandagliare, oltre all’universo, il nostro stesso pianeta e ciò che lo circonda più da vicino. Sì, perché il cosmologo sembra davvero convinto che l’“invasione”, seppur pacifica, sia già iniziata. Bisogna cercare segnali di un’esistenza aliena, presente o passata: «Discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, “messaggi in bottiglia” sotto forma di informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri e via dicendo. Magari, poi, dimostrare che la vita non è un incidente casuale e raro, che anche sulla Terra può essere avvenuta più di una genesi. E’ la tesi ultima, e forse più affascinante, di Davies. L’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. L’autore di The Eerie Silence (Il silenzio inquietante) ne parlerà al Festival di Genova il 31 ottobre.
In gran segreto. Cosmologo e astrobiologo inglese, nonché professore all’Arizona State University, è l’uomo scelto per guidare il team di scienziati, avvocati e filosofi che gestirà il primo contatto. Si chiama Post-Detection Science and Technology Taskgroup ed è finanziato, come gran parte delle attività di Seti (Search for extraterrestrial intelligence), da uno che agli alieni ci crede da sempre: il cofondatore (miliardario) di Microsoft Paul Allen, che ha fornito pure i 25 milioni di dollari per l’Allen Telescope Array in California. Da tre anni i paraboloidi del mega radiotelescopio puntano verso gli “altri mondi” del cosmo per captare un segnale elettromagnetico. L’universo, per ora, tace. Davies spiega con pazienza (e un po’ di insofferenza) il mistero di questo silenzio lungo millenni: «La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, nel 1010, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi». Un’eternità. Che per Davies possiamo colmare iniziando a scandagliare, oltre all’universo, il nostro stesso pianeta e ciò che lo circonda più da vicino. Sì, perché il cosmologo sembra davvero convinto che l’“invasione”, seppur pacifica, sia già iniziata. Bisogna cercare segnali di un’esistenza aliena, presente o passata: «Discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, “messaggi in bottiglia” sotto forma di informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri e via dicendo. Magari, poi, dimostrare che la vita non è un incidente casuale e raro, che anche sulla Terra può essere avvenuta più di una genesi. E’ la tesi ultima, e forse più affascinante, di Davies. L’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. L’autore di The Eerie Silence (Il silenzio inquietante) ne parlerà al Festival di Genova il 31 ottobre.
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